Lun. Giu 17th, 2019

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Elezioni 2014 / Il senso di un voto

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di Andrea Manzi
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Andrea Manzi
Andrea Manzi

La chiamata alle armi di Berlusconi, Grillo e Renzi, epigoni di una politica plebiscitaria ormai demodé, non ha convinto un solo italiano che la malattia degenerativa della politica e della vita pubblica si stia avviando verso la guarigione. L’ascesa di Grillo e il rovinoso declino di Berlusconi lasciano inoltre ipotizzare il perpetuarsi dell’anomalo bipolarismo italiano, che modificherà probabilmente soltanto i colori. Caricata oltre misura di significati nazionali, la scadenza elettorale di oggi potrebbe compromettere ulteriormente gli equilibri politici tra i maggiori partiti, accentuando –osservava ieri Massimo Franco sul Corsera – le tensioni e la precarietà della legislatura. Il governo, nato per decidere con rapidità, è da giorni sulla difensiva. Renzi ha rivendicato quel poco di cui è stato capace e lo ha fatto con un’enfasi sospetta nella quale si è colta la vibrazione della paura. Ha buttato le mani avanti nel rivendicare la pienezza del suo ruolo anche nell’ipotesi di una sconfitta (“La legittimità mi arriva dalla Costituzione, non dalle Europee”). Una regola non scritta, questa, che da qualche tempo in Italia consacra i leader per il fatto stesso di aver conquistato il potere. Una vittoria del M5S porrebbe, però, un problema al capo dello Stato. Come non evadere la richiesta di elezioni anticipate, dopo tre governi nati a tavolino proprio grazie all’ingegneria quirinalizia? I grillini risultarono primo partito anche nel 2013, nelle elezioni per la Camera dei deputati. In caso di scioglimento del Parlamento, gli scenari futuri sarebbero però incerti perché si andrebbe al voto con il Consultellum e con incertezza assoluta circa la possibilità di formare una maggioranza diversa dalle grandi intese di recente conio.

La situazione è ardua, le nebbie del passato sembrano tornate minacciose. Gli ultimi vent’anni, d’altra parte, hanno riproposto molto spesso il concentrato più illiberale dei mali della “prima repubblica”, per cui si fa largo il sospetto che la stessa abusata periodizzazione (“prima” e “seconda” repubblica) sia irrealistica e fuorviante.

Una strada per non perdersi nelle sabbie mobili dei paradossi istituzionali di casa nostra potrebbe essere quella di restituire al voto di oggi la sua valenza autenticamente europea. È nell’Unione che potrà essere esperito il tentativo di risolvere le contraddizioni italiane in salsa globale, evitando cioè di avere una sola valuta per 18 debiti e sistemi fiscali diversi, anomalia da cui originano le scorribande della finanza mondiale pagate da noi tutti. Si fa strada la proposta di una Camera parlamentare per la zona euro, al fine di adottare decisioni in materia fiscale con il conforto democratico dei paesi interessati. È un percorso che sfocerebbe nella riaffermazione della sovranità degli Stati nell’ambito della sovranità europea, con quest’ultima che diventerebbe condivisa e non più rappresentata soltanto dai Capi di Stato, i quali non sono l’equivalente dei popoli.

L’Europa sia per un giorno nei nostri pensieri, lontana da Renzi, Berlusconi e Grillo che, con la loro risse, hanno oscurato anche quel po’ di sereno europeismo che Tsipras ha portato con slancio e credibilità nel circolo sanguigno di queste elezioni rabbiose.

Lo stesso discorso vale per le amministrative, caricate di significati nazionali inopportuni. Molti sindaci nel Salernitano hanno condotto politiche distruttive per il territorio. Il rapporto con l’elettorato è stato declassato a una subdola “captatio benevolentiae. La gratitudine è diventata fedeltà e la democrazia meno di un’azienda commerciale di famiglia. Per dire no a questo degrado, occorre schierarsi dalla parte del paese che è un bene durevole. Sarà necessario, però, fare silenzio intorno a noi, scendere nella nostra coscienza e risalirne con il pensiero nostro, che è diverso da quello unico e dormiente.

La democrazia ha bisogno del nostro pensiero energico e integro: soltanto in esso la libertà vive e si racconta.

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