Il SI e le truppe cammellate

Il SI e le truppe cammellate
di Massimiliano Amato
Massimiliano Amato
Massimiliano Amato

È presumibile che la politicizzazione coatta del referendum d’autunno sulla riforma della Costituzione farà scattare una massiccia mobilitazione in alcune realtà, come Salerno, che rischiano ogni giorno di scivolare fuori dal circuito democratico tradizionale perché ormai ridotte a feudi personali. Aver legato la sopravvivenza dell’esecutivo all’esito della consultazione è stata una furbata di Renzi, che sapendo di essere in minoranza nel Paese si affida, per puntellare la sua traballante leadership politica e di governo, ad una dinamica ormai consolidata, più efficace e precisa di un algoritmo. Parliamo della capacità che alcuni cacicchi locali hanno di rappresentare un efficacissimo antidoto alla crisi della partecipazione al voto, in forza del vincolo/ricatto clientelare che li lega al loro elettorato. Il capobastone salernitano è, tra i terminali locali del renzismo, il più affidabile e fedele. Su queste due caratteristiche ha costruito un’influenza che ne fa, ormai, l’indiscusso numero due del Pd a livello nazionale. Il segretario-premier sa bene quindi che da Salerno arriverà una forte risposta in termini di affluenza, così come è arrivata la diserzione di massa in occasione del voto sulle trivelle. Ma, soprattutto, una valanga di SI che, combinata con le più basse percentuali di partecipazione popolare che si registreranno a Napoli e nelle altre province, potrebbe consegnare alla Campania la “maglia rosa” della regione più favorevole agli stravolgimenti della Carta operati dalla riforma Boschi. Basta dare uno sguardo alle ultime consultazioni (primarie del Pd incluse) per accorgersi che a fare la differenza tra Salerno e le altre aree della regione sono i voti espressi in termini assoluti: discorso che, stranamente, non viene quasi mai approfondito nelle pur circostanziate analisi sulla vera natura del potere in Campania che leggiamo quasi ogni giorno. Ora un conto sono le primarie, un altro le elezioni regionali (dove nel 2015 il contributo alla partecipazione di Salerno, in rapporto a quello registrato nel resto della Campania fu decisivo per la determinazione del risultato finale: a Caldoro sarebbe bastato portare a votare un 5% di elettori in più a Napoli perché la partita prendesse un indirizzo completamente diverso), un altro ancora la consultazione del prossimo autunno. Per la quale si richiede al cittadino – elettore un livello di consapevolezza elevato, riguardando essa una materia delicatissima. Detta brutalmente: il referendum sarebbe roba per uomini liberi, non per truppe cammellate. E con questo? direte voi. Mica vogliamo mettere in discussione il suffragio universale, come qualcuno ha fatto anche recentemente, deluso per l’esito del referendum sulla Brexit? Ovviamente no. Però si può (e si deve) preventivamente segnalare l’anomalia di una città nella quale due terzi dei voti (e forse anche più) non sono liberi, perché espressi sulla base di una concezione neofeudale del rapporto tra rappresentanti e rappresentati. In cui la volontà reale dei secondi, al momento del voto, non conta assolutamente niente, dipendendo esclusivamente dalle indicazioni impartite dai primi. Tanto per essere ancora più chiari. A Salerno, l’orientamento maggioritario a favore della modifica della Costituzione scritta da Ferruccio Parri e Palmiro Togliatti, Pietro Nenni e Giuseppe Dossetti, Alcide De Gasperi e Piero Calamandrei, Giuseppe Saragat e Umberto Terracini, in capo a un anno e mezzo (giugno 1946-dicembre 1947) di dibattiti, confronti e scontri di altissimo livello cui prese parte anche il deputato socialista salernitano Luigi Cacciatore, si formerà grazie al contributo determinante delle falangi scelte del capobastone. Le migliaia di dipendenti delle società controllate dal Comune e i loro famigliari. Una massa di manovra enorme, di cui quasi nessun potente dispone in Italia. Almeno in un momento storico come quello attuale, caratterizzato da un’estrema volatilità delle leadership politico-elettorali. Per mettere il cappello sul risultato ancor prima che esso si determini, il capobastone ha schierato uno dei due figli, piazzandolo al vertice del coordinamento regionale per il SI. Questo significa che non intende dividere il trionfo con nessuno. Sul territorio cittadino, invece, utilizza qualche neo-intellettualino pret-a-porter discendente da nobilissimi lombi costituenti e un po’ di ciarpame culturale reclutato all’ingrosso, attingendo al ricco retrobottega clientelare di cui dispone. Foglie di fico. Simboli e basta, incapaci di movimentare altri voti all’infuori del proprio. Per quelli, basta e avanza l’esercito di disperati a 800 euro al mese con cui il rais riesce a militarizzare tutte le consultazioni. In pratica, un processo di commissariamento permanente (ma forse sarebbe più corretto parlare di sequestro) della democrazia che, si può essere certi, darà i suoi frutti malsani anche in occasione del referendum di novembre.

redazioneIconfronti

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