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Il Sistema Salerno è la tomba (regionale e nazionale) del PD

Il Sistema Salerno è la tomba (regionale e nazionale) del PD
di Andrea Manzi
Andrea Manzi

Andrea Manzi

Pietro Ingrao, agli inizi dell’attuale millennio, ormai prossimo ai novant’anni, era assillato dal tema della legittimità dei partiti. Lo inorridiva il fossato “dilatato a dismisura” tra vertice e base sociale, il distacco che proiettava sui partiti “un’immagine verticistica e personalistica, in contrasto con il mito razionale della democrazia partecipativa che i partiti incarnano”. Il pensiero del primo comunista che riuscì a diventare presidente della Camera fu fatto sventolare come un vessillo dagli allora Ds per spingere sulla sperimentazione delle primarie e per accelerare sulla fondazione del Partito Democratico, al quale, peraltro, Ingrao non aderì mai.

Si pensava, in quegli anni, di creare una formazione che fosse protagonista di una nuova democrazia e la premessa c’era tutta perché i Ds contavano quasi seicentomila iscritti ed erano la seconda formazione europea dopo la Spd.

Il progetto muoveva da un partito che aveva una composita e trasparente vita interna. Marco Filippeschi vedeva nei Ds l’architrave sul quale costruire un più compiuto bipolarismo. Da qui mosse la ricerca di un’area politica estesa, come base per un partito ampio e ideologicamente maturo al quale affidare il compito di accorciare la distanza tra le sue rappresentanze e la base associativa. D’altra parte, nel 2006-2007 Ds e Forza Italia, insieme, raggiungevano a malapena il 40% dei voti, mentre in Spagna la somma dei due maggiori partiti superava l’80%, in Gran Bretagna il 70 e così via; ma anche in Italia Dc e Pci, negli anni ’80, complessivamente, rappresentavano il 60% del corpo elettorale.

Da quei giorni non sono passati novanta ma nove anni. Non solo i partiti di allora non sono gli stessi di oggi (la novità Cinque Stelle non è trascurabile e Ilvo Diamanti, a ragione, parla di tripolarismo imperfetto), non soltanto le somme tra i maggiori schieramenti politici si sono ulteriormente ridotte, non solo la crisi di rappresentanza è diventata inarrestabile, ma il Pd sembra addirittura smentire nei fatti l’obiettivo dell’auto-riforma della politica per cui fu fatto nascere (in provetta). E la Campania è la spia più preoccupante di questa involuzione, perché un abisso sembra essersi aperto sotto il partito che formalmente la guida, rimasto aggrappato a esili fili di sopravvivenza, nella più completa incapacità di ascolto, di interazione e, soprattutto, nell’assenza assoluta di un governo delle relazioni. In Campania trionfa soltanto un profondo giacimento di rapporti lobbistici che tracimano nel campo giudiziario, oltre che in un’avvilente “sospensione” etica. Tutto questo accade nella regione in cui Renzi, volente o nolente, sembra avere scelto il modello De Luca come approccio politico vincente, considerato l’ultimo, critico risultato elettorale raccolto dal Pd nei principali capoluoghi regionali. Proprio gli esisti campani delle ultime elezioni (con eccezione, beninteso, di Salerno) dovrebbero invece indurre il premier a considerazioni alternative: più si farà strada, infatti, il modello-De Luca e più la voragine etica che rischia di inghiottire il Pd si amplierà. Il Sistema Salerno nega, infatti, la cittadinanza come dimensione complessa e stimolante e costringe ogni possibile coinvolgimento civico all’interno di un’area “presidiata” e privatizzata, nella quale le differenze tra i piani politico e istituzionale sono scomparse, sovrapponendosi finanche il pubblico e il privato, a condizione, s’intende, che quest’ultimo appartenga alla sfera (anche familiare) del governatore. Non si saprebbe in che altro modo commentare la recente nomina del figlio Roberto ad assessore al Bilancio del comune di Salerno, mentre l’altro figlio, il “Pierino” di famiglia, bisognoso di protezione e franchigie per i guai giudiziari in cui si trova, già si scalda per la candidatura alla Camera. Perché, quindi, un cittadino onesto, oggi, dovrebbe impegnarsi in politica e scegliere in particolare il partito di Renzi?

De Luca e Lettieri, un consolidato rapporto

De Luca e Lettieri, un consolidato rapporto

Perché dovrebbe guardare al Pd deluchiano come a un modello da imitare? Il Pd in Campania è stato espugnato, svuotato e sottoposto alla regia di un uomo – Vincenzo De Luca – che, fino alla presa del potere, lo ha sbeffeggiato con cinico godimento, utilizzandone lo scalpo come maschera protettiva per le mire regionali e nazionali; operazioni compiute sempre con disinvolta intraprendenza (alleato prima di Bersani, poi di Renzi, in primis di D’Alema). Il Pd e la città di Napoli sono stati i due antagonismi contro i quali il governatore della Campania ha costantemente diretto le inebetite truppe salernitane, riscuotendo un galoppante successo, fondato sulla pura emotività di un gregge zelante, per dirla alla Nietzsche. È ovvio che un Sistema così rigido e chiuso, costruito sulla gestione paternalistica delle società miste, serbatoio di assunzioni (=voti) a parziale carico del comune (indebitato sino al collo), e sull’amministrazione elettoralmente insinuante dell’assistenza alle fasce meno abbienti (qualche riflettore andrebbe acceso nelle frazioni alte e in altri rioni “difficili”), può sortire risultati in aree urbane medie (come Salerno), non grandi come quella napoletana. In contesti ampi, il clientelismo localistico non sfonda, così come non sortisce effetti decisivi il centralismo gestionale, dal momento che in aree metropolitane diffuse e complesse veicolano più agevolmente sia le spinte riformistiche che le tensioni sociali.

Se Renzi confida nella salernitanizzazione della Campania per rilanciare il partito, si sbaglia di grosso. Gli effetti devastanti di questa identificazione già si sono visti: il responsabile della segreteria di De Luca accusato di aver aiutato il suo capo nella soluzione di una delicata vicenda giudiziaria, brigando con il consorte della giudice alla quale era stata affidata la questione, era anche un dirigente regionale del Pd. Ma è solo un esempio, nemmeno il più eclatante di una classe politica sub judice. Una narrazione, quella del partito nato soltanto nove anni fa, che parla di compromessi, alleanze, sotterraneità (vedi i rapporti De Luca-Lettieri), patti inconfessabili, legami con aree grigie, il contrario di ciò che occorre a una forza politica per rinascere: operare al di fuori di vecchie formule e antichi recinti per promuovere un’elaborazione che eviti i compromessi e inauguri percorsi culturali e politici. Obiettivi, questi, che prescindono, per il momento, dal premier divenuto impopolare e indigesto, tant’è che i candidati piddì giunti al ballottaggio non mostrano di gradire la sua presenza e lo tengono rigorosamente alla larga.

In primo piano, un montaggio. Renzi e De Luca: il Pd è servito…

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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