Sab. Lug 20th, 2019

I Confronti

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Il sistema sanitario meridionale nel codice di San Leucio / 1

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La prima parte della ricostruzione di alcuni aspetti di uno dei più interessanti esperimenti utopistici del XIX secolo

In considerazione della disastrosa situazione della sanità campana, si ripropone qui uno studio sui fondamenti filosofico-giuridici e socio-sanitari del Codice borbonico della colonia “utopica” di San Leucio, che suscitarono un profondo interesse già presso i contemporanei (come il Luppoli, il D’Onofri, il Galdi e il Cuoco, tanto per accennare a dei nomi di intellettuali di valore).
Senza volere accogliere le ragioni del revanscismo borbonico e senza entrare nella questione dell’autentica paternità del Codice, ci si limita a constatare l’assoluta modernità di una legislazione sanitaria che rappresenta uno degli esempi in tema più avanzati del XIX secolo e attuato nel Meridione d’Italia.

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di Vincenzo Aversano e Silvia Siniscalchi

La temperie storica e il contesto locale-globale alle origini della colonia: il rivalutato ruolo della regina Maria Carolina

La fondazione, la promettente fioritura e il codice di leggi: fatti e autori

Veduta esterna del Complesso di San Leucio

Sul colle detto di S. Leucio, adiacente alla famosa reggia vanvitelliana, nel sito di una diruta chiesetta longobarda dedicata a quel santo, Ferdinando IV di Borbone, dopo aver murato l’intero bosco circostante, aveva fatto costruire un piccolo casino di caccia (1773-74), che poco dopo abbandonò perché vi era morto il suo primogenito Carlo Tito, trasferendo la propria residenza nell’attigua località detta Belvedere (da allora chiamata estensivamente, ma a torto, S. Leucio), di bella vista, ottima aria e fertilità del terreno per ogni tipo di produzione, vite in particolare. «Vi fece perciò subito costruire – soccorre qui uno stralcio della sintetica “voce” di un quasi coevo Dizionario – delle nuove fabbriche, ed un’antico salone lo convertì in chiesa nel 1775, che eresse benanche in parrocchia per la popolazione, che vi fece radunare al numero di circa 350 individui addetti non solo alla custodia del bosco, che alla coltivazione de’ terreni, che sono in quei contorni. Nel 1776 ampliò maggiormente le fabbriche, e vi stabilì una casa di educazione, e quindi da tempo in tempo vieppiù rese il luogo abitabile e popolato con istabilirvi una colonia di artefici a formare ottime manifatture di seta, cioè stoffe, fettucce, veli, calze, da non farci affatto invidiare le decantate manifatture forestiere. Il numero di questi artefici è oggi [fine ‘700] giunto a circa 800. Nel 1789 il suddivisato nostro Clementissimo Sovrano con molta saviezza scrisse le leggi per questa sua nuova Colonia, da far veramente in tutti i tempi avvenire gloria all’Augusto Suo Nome»[1].
L’ultimo riferimento è ovviamente al famoso Statuto della real Colonia, che sarà analizzato nei paragrafi seguenti, specie per la normativa socio-sanitaria, ma del quale occorre subito anticipare, in estrema sintesi, una finalità altamente etica, quella di prevedere una “città degli uguali”, dove appunto vigesse «l’assoluta uguaglianza tra donne e uomini, il diritto all’istruzione, alla successione e alla proprietà, alla casa e all’equo salario, alla tutela in caso di bisogno, all’assistenza sanitaria, alla prevenzione del vaiolo, alla formazione e al lavoro»[2].
Se questi sono, assai scarnificati, i fatti incontestabili della nascita e vita primiera della colonia e del suo contenuto statutario, assai più discutibili e discussi sono i valori e i significati ad essi attribuiti, a partire dalla paternità dell’idea e fino al processo normativo, progettuale ed effettuale. Poiché il merito maggiore si riconosce alla stesura dello statuto, gli studiosi si sono accapigliati sul nome del vero artefice, dando per scontato che – data l’ignoranza, l’indolenza intellettuale, la rozzezza di comportamenti del re “nasone” o “lazzarone” (come spregiativamente veniva e verrà chiamato) – non poteva esser stato lui l’estensore: dopo aver di massima condiviso che l’autore del codice fosse il massone Antonio Planelli, con varie sfumature al sovrano si è accreditato al massimo un contributo maldestro ed episodico, riscontrabile nella scarsa organicità della normativa, come riconoscimento di un’indole sostanzialmente buona e benevola verso il popolo, con cui “si trovava bene” e nel quale spesso si identificava nelle sue note stranezze quotidiane (vari travestimenti, scherzi, ecc.).
In questa farragine di titubanti ipotesi è intervenuta di recente la ricerca, seria e documentata, di una giovane studiosa, a risolvere forse definitivamente il dilemma. Mi riferisco ai lavori, impostati anche in utile chiave collegiale e didattica, di Nadia Verdile, in particolare a quello portato avanti col progetto “Carolinopoli: l’utopia di una regina”, svolto nell’anno scol. 2003-2004 presso l’ist. Statale d’Arte “San Leucio”, e concretizzato in un volume intitolato Carolina (2004).

Maria Carolina d'Austria ritratta da Angelica Kauffmann (1783)

Senza disattribuire l’autoralità materiale al Planelli, la Verdile sostiene che quella spirituale e filosofica vada riconosciuta alla regina Carolina, cui andrebbe altresì il merito di tutte le riforme realizzate nel Regno di Napoli prima della rivoluzione francese. Oltre che sulla bibliografia più accreditata (Coniglio,1981; Tescione,1932, in testa a decine di altri autori), la ricercatrice si basa sull’analisi e la parziale stampa delle lettere, custodite all’archivio di Stato di Napoli e mai prima edite, che da S. Leucio il re inviò alla regina tra il 1788 e il 1799, nonché di quelle di Carolina al marito (Verdile, 2008), la cui lettura «ha consentito una lucida definizione delle personalità dei due sovrani e degli interessi degli stessi» (Verdile, 2004, p.11).
Quanto alla sovrana, emerge il ritratto di una donna che, lungi dall’essere solo crudele e sanguinaria (come vuole il cliché appostole dopo la repressione della rivoluzione del 1799), attiva i “malfamati” intrighi di corte solo nel desiderio alto e nobile di sconfiggere il partito filospagnolo (incarnato prima dal “tardo” Tanucci e poi dal Sambuca) a favore di quello filoasburgico, capitanato dall’ammiraglio Francesco Acton e di poi da Domenico Caracciolo, con il seguito di tutti gli intellettuali, i nobili e i borghesi progressisti, facenti spesso capo alle logge massoniche, cui stava a cuore il risollevamento delle sorti del Regno [3]. Di più: Carolina, degna figlia della più progressista tra le personalità dei principi illuminati (l’imperatrice Maria Teresa d’Austria), appare come una sovrana coltissima, che legge e scrive quattro lingue (francese, tedesco, italiano e spagnolo) oltre a saper tradurre il latino, che, fin dal suo arrivo a Napoli, cura l’incremento della sua biblioteca (formata da 6443 volumi, oltre a molti periodici) e se la fa trasportare al seguito nelle parentesi di fuga in Sicilia, che è istruita in letteratura, storia, botanica, musica, canto e – fatto assai indiziario – filosofia, etica, diritto, pedagogia, economia e botanica[4].
Dall’altro lato, troviamo un sovrano meno zotico e tartufesco di come si è voluto far credere, ma “giustamente” insofferente della etichetta e degli squallidi personaggi di corte, come della partecipazione al Consiglio di Stato (in cui ben presto sedé autorevolmente Carolina), in nome di una vita sana, all’aperto, dedita alla caccia, alla pesca, al nuoto e a varie attività ginniche, nel contatto “diretto” dei suoi sudditi (spesso al femminile, come si malignava…): un re che ben volentieri cedette “lo scettro” alla sua metà, con la quale in certo senso caratteriologicamente si compensava, comunque fungendo da elemento equilibratore tra i poteri. Sulla base di tali valutazioni, la conclusione della Verdile appare abbastanza plausibile, anche alla luce della stima che a Carolina manifestarono personaggi del calibro di Pietro Colletta, Vincenzo Cuoco e altri[5].

Gli antecedenti illustri nell’idea e nel fatto: il significato di una esperienza oltre la geografia locale di S. Leucio

Alcuni titoli azionari legati all'Opificio di San Leucio

Accantonato, con sufficiente persuasività, il problema dell’attribuzione autorale, non meno interessante sarà soffermarsi, sia pur in breve, sulle fonti ispiratrici (teoriche e pratiche) della legislazione e delle esperienze effettive realizzate dalla colonia reale, compreso il progetto “utopico” di «Ferdinandopoli». Sapere che l’ideazione fu di Carolina non semplifica la soluzione e, a parer di chi scrive, la stessa regina avrebbe trovato difficoltà a rintracciare precisamente i suoi “modelli” ispiratori, in una temperie storica illuminata da tanta letteratura utopistico-socialistico-riformistica e da innumerevoli esperimenti pratici, realizzati in varie parti del mondo, di comunità autogestite.
Di antecedenti, infatti, ce ne sarebbero molti e anche molto remoti nel tempo. Scrive a riguardo il Tescione: «Se si dovesse risalire ai primi germi delle idee, delle dottrine e dei progetti di costituzioni politiche a cui potrebbe ricollegarsi la costituzione di S, Leucio, occorrerebbe fare un ardito volo oltre gli orizzonti del mondo moderno e medioevale e di là dalle vie battute da Cicerone e da Aristotele, per raggiungere le pure scaturigini del pensiero platonico. Non sarebbe fuor di luogo allora ricordare il piano di quella Platonopoli di cui fin dal terzo secolo dopo Cristo il filosofo Plotino proponeva l’attuazione ad un tiranno della decadenza romana, il Galieno, chiedendo per lo scopo appunto un distretto della Campania, o la concezione di quella fantastica repubblica aristocratica e monastica ch’è la Città del Sole, con cui il Campanella, nel XVI secolo, perfezionando il sistema comunista di Tommaso Moro, precorreva, in un certo modo, le utopie del secolo XVIII» (Tescione, 1932, p.’’’..; in proposito cfr. Dematteis, 1963).
Quanto ai precorrimenti teorici più prossimi, il Battaglini crede di dover citare: Francesco Saverio Salfi nel suo Elogio del Filangieri; il Dumas, che trova affinità col socialismo e richiama Fourier e il suo falansterio; lo Stefani che parla di colonia socialistica borbonica e chiama in causa il pensiero e i tentativi storici di Robert Owen; Francesco Longano, un riformatore napoletano che distingueva tra il politico che dà lavoro ai bisognosi, e l’uomo superstizioso che gli fa l’elemosina; il Mercier per un suo romanzo fantapolitico e la creazione di una città fantastica; il Gori che parla di impronta comunista; infine il Croce e seguaci, fermi sull’errata interpretazione del “capriccio” del sovrano[6]>.

Ritratto giovanile di Robert Owen (1771-1858)

Circa la posizione ideale e fattuale dell’Owen in confronto a quella borbonica, intanto, registriamo uno studio specifico condotto dalla più recente studiosa leuciana, che, al di là delle forti differenze, trova anche delle collimanze, in questi termini: «Eppure i telai uniscono le due utopie anche se da San Leucio la seta va verso le grandi residenze del potere mentre da New Lanark le tele di cotone vengono distribuite ai mercati della nazione. E da ultimo, ma prima riflessione da fare, l’utopia leuciana e quella newlarkiana sono nate dalla forza ideologica e culturale di due personalità profondamente diverse: da una parte il pensiero illuminato di Maria Carolina d’Asburgo, colta, amica e sostenitrice della massoneria progressista, sovrana, e dall’altra il pensiero illuminato di Robert Owen, operaio, poi imprenditore, economista. E dunque è nell’etica dell’Illuminismo che si fonda l’incontro di due grandi progetti utopici che hanno avuto il merito di dimostrare che una società degli uguali può e deve essere perseguita» (Verdile, 2006, p. 28).
Molto più ricco, profondo e articolato è il contributo che il Tescione, il maggiore studioso in materia, aveva offerto in proposito nel suo monumentale volume del 1932, poi riedito nel 1961 senza sostanziali aggiunte e in forma più agile (senza note a piè di pagina). Dei più importanti autori richiamati, infatti, egli ricostruiva articolatamente la storia individuale e il pensiero. In questa sede si possono solo ricordare i nomi degli esponenti, attivi nel Napoletano già prima dell’ascesa al trono di Carlo III di «quel progredito movimento intellettuale mercé il quale lo spirito dell’Europa civile e laica era penetrato nel regno di Napoli, destandovi scintille di fecondi dibattiti, forza e luce alla lotta per svincolare lo stato e l’organismo sociale dalle pastoie feudali»[7].
In definitiva, sulla scorta del Tescione (1932, passim) si può affermare, per un verso, che l’ispirazione più profonda e più prossima delle leggi di S. Leucio proviene dalla Scienza della legislazione del Filangieri, che in precedenza aveva dettato i principi anche alla politica del Tanucci contro la mendicità e per l’educazione del popolo alle arti e ai mestieri (specie con l’editto del 1769), per l’altro – accogliendo la Verdile e in riferimento alle ricezione etico-politica da parte di Carolina – dalle «riforme messe in pratica […] nell’impero austriaco da sua madre prima e da suo fratello, l’imperatore Giuseppe II in seguito, e nel Granducato di Toscana dal fratello Pietro Leopoldo» (Verdile, 2004, p. 25). Meglio chiarisce la questione il Kruft, sostenendo che lo statuto in parole «è una sintesi delle concezioni giusnaturaliste-istituzionali e delle teorie economiche formulate a Napoli da Vico a Filangieri. In questa idea dello Stato è insita una impostazione paternalistico-monarchica. Il re si pone al vertice di una rivoluzione sociale fondata sul diritto naturale: è una “rivoluzione dall’alto”. Segno tangibile del vincolo tra il re e la colonia è il collegamento tra il palazzo e la fabbrica. L’esperimento filantropico del 1789 diventa involontariamente un’alternativa in piccolo alla Rivoluzione francese»[8].

La pianta della città utopistica di Ferdinandopoli

Si può infine condividere con il maggior studioso della materia l’idea che, all’atto pratico, l’istituzione leuciana dava a Carolina «la possibilità di conciliare, su di un terreno particolarmente favorevole, le sue tendenze romantiche con i capricci del re» (Tescione, 1932, p. 136): che vale a riconoscere come l’intrapresa complessiva della colonia fosse l’unica maniera per la regina di far impegnare un sovrano tendenzialmente refrattario alle cose di governo verso un obiettivo serio e fruttuoso per la corona e il popolo, in un sito prediletto perché dava sfogo alle sue passioni e, sul versante aziendale, gli consentiva inoltre di applicare la sua particolare competenza in fatto di macchinari e anche di agrimensura[9].
Ciò ci induce a non sottovalutare il contributo ferdinandeo alla formulazione pratica (al di là della difettosa conoscenza della lingua italiana), specie nel settore dell’organizzazione della giornata lavorativa, della massimizzazione nell’uso ottimale delle macchine e dei risultati produttivi (e simili), degli articoli del Codice e soprattutto del più analitico Regolamento di gestione interna della fabbrica, stilato da Domenico Cosmi. Lo stesso valga rispetto al progetto solo parzialmente realizzato di «Ferdinandopoli», che – come tra breve diremo – essendo un riflesso degli statuti leuciani (Schiavo, 1986), conserva sì la sua matrice nella spinta ideale della regina, ma dovette avere nel “praticone” Ferdinando una sicura e consapevole guida per l’architetto progettista Collecini.

Il borgo di San Leucio, richiamante la pianta di "Ferdinandopoli"

In realtà, da tempo è maturata in alcuni studiosi la convinzione che il discorso locale di S. Leucio si inquadrasse in una più ampia strategia politico-territoriale, che – alla luce dell’intuizione della Verdile – non poteva che maturare nella fervida mente di Carolina, in accordo col generico “populismo” ferdinandeo. Innanzitutto, l’esperimento leuciano era la prova che si potesse fare a meno della componente più retriva della feudalità e si dovesse invece puntare su un rapporto diretto tra dinastia e popolo, in funzione accentratrice e antibaronale. Inoltre, si trattava di un tentativo non isolato di diversificazione funzionale dei “siti reali” (da riserva di caccia a villaggio operaio, azienda agricola o caserma) per organizzare e valorizzare il territorio tra intorno di Napoli e Caserta (Alisio, 1976; Caputo, 1977; Battaglini, 1983, p. 25). In tale programma rientrava infatti anche l’esigenza di trasformare Napoli da parassitaria metropoli di consumo a centro di produzione, decentrando però nei centri limitrofi le attività industriali, per decongestionare la capitale e alleggerirne la pressione demografica (Caputo, 1977; Battaglini, 1983,  p. 25).
Del resto nella città partenopea era evidente da tempo la crisi della sericoltura, per cause complesse che vanno dal peso enorme delle tasse alla carenza di manodopera specializzata e di strumenti e macchine più moderne: questo spiega perché l’esperimento delle seterie fosse fatto proprio a S. Leucio, dove quella industria poteva diventare sicuramente competitiva, grazie alle caratteristiche geografico-naturali e geoantropiche del sito: come riconoscerà in una relazione del 1826 il De Welz, appaltatore della ormai ex-colonia, il clima e suolo amici del gelso (nota pianta di supporto alla coltivazione del baco) e di tante produzioni agroalimentari (da cui l’abbondanza di viveri a basso prezzo), la «bassezza della mano d’opera, i prezzi leggieri delle materie prime, […], il motor d’acqua instancabile e gratuito [azionato dallo stesso acquedotto della Reggia], operai destri, artefici intelligenti» (citato da Battaglini, 1983, p. 14) costituivano fattori positivi della conduzione aziendale.
Al fondo dell’operazione non poteva non celarsi la battaglia contro la miseria, la mendicità, l’accattonaggio e la degradazione fisica e morale di tanta parte della popolazione urbana e rurale (che era la causa di temute turbative all’ordine pubblico), per cui tutto l’apparato economico-manifatturiero e urbanistico aveva una destinazione prevalentemente sociale: non a caso, per quanto riguarda gli oziosi, lo Statuto prevedeva che i “Seniori del popolo”, addetti al controllo della colonia, hanno il dovere di vigilare «rigidamente sul costume degli individui della Società, sull’assidua applicazione al lavoro, e sull’esatto adempimento del proprio dovere di ciascuno. E trovando, che in ess’alligni qualche scostumato, qualche ozioso, o sfaticato, dopo averlo due volte seriamente ammonito, ne posseranno a me l’avviso, acciò possa mandarsi o in casa di correzione, o espellersi dalla società, secondo le circostanze». Stessa sorte è riservata ai giovani che, giunti ai sedici anni di età, si rifiutino di lavorare o di apprendere il mestiere (Ferdinando IV, 1789, paragrafo XIV).
Siamo dunque di fronte a una utopia laica e paternalistica, a parere dei Eugenio Battisti (cit. in Battaglini, 1983, p. 25), alla quale è lecito aggiungere anche l’aggettivo «religioso», sia pur nella particolare accezione dei regnanti borbonici che, pur avendo in precedenza osteggiato l’ideologia “indipendentista” espressa nelle colonie paraguayane dai Gesuiti (tanto da espellerli dal regno), dopo la parentesi rivoluzionaria si accostarono all’”altare” in quanto utile garante del “trono”[10].

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[1] Giustiniani, 1804. Il Codice fu pubblicato nella stamperia reale proprio nell’anno della rivoluzione francese, col titolo Origine della popolazione di S. Leucio e Suoi progressi fino al giorno d’oggi Colle Leggi Corrispondenti al buon Governo di Essa di Ferdinando IV Re delle Sicilie. Tradotto in latino dal futuro vescovo di Telese, abate Vincenzo Luppoli (Schiavo, 1932, p. 166) e in altre tre lingue straniere (francese, tedesco e greco), ebbe varie edizioni (quattro nel 1789 e una nel 1816, in clima di Restaurazione). Sulla storia di S. Leucio, a seconda del dettaglio e della credibilità scientifica, c’è solo l’imbarazzo della scelta bibliografica (ma ancora fondamentalmente: Tescione, 1932 e 1961; Schiavo, 1953 e 1986; Battaglini, 1983).
[2] Cfr. Verdile, 2006, pp. 115-116. Gli obiettivi del piano utopico erano raggiungibili attraverso l’osservanza di doveri sia negativi, sia positivi: i primi «son quelli, che impongono l’obbligo di astenersi dall’offender alcuno in qualunque maniera»; vietano quindi i principali reati di natura penale, condensati in tre articoli: divieto di offendere qualcuno «nella persona» (dall’omicidio alla molestia verbale), «nella roba» (dal furto alla frode e all’inganno) e «nella reputazione» (dalla calunnia all’ingiuria: Ferdinando IV, 1789, pp. 14-18). Quanto ai doveri positivi, essi «impongono di fare a tutt’il maggior bene che si possa»; regolamentano dunque i rapporti del vivere civile. Ai doveri generali di benevolenza reciproca, uguaglianza e meritocrazia, validi per tutti («Doveri generali», due articoli) si aggiungono quelli verso particolari categorie di persone (il Sovrano, i Ministri) e/o istituzioni (matrimoni e coniugi; padri, figli, fratelli e successioni ereditarie; maestri e allievi; giovani e anziani; “seniori del popolo”; ammalati, indigenti e defunti; patria: «Doveri particolari», diciannove articoli). Il Codice si conclude con i capitoli dedicati alla garanzia del lavoro per tutti gli abitanti della colonia (cap. III), alle condizioni per accettare l’ingresso di lavoratori stranieri (cap. IV) e alle pene generali contro i trasgressori (cap. V: Ferdinando IV, 1789, pp. 19-59). Per un’analisi storico-critica dei singoli capitoli e articoli, si rinvia soprattutto a: Tescione, 1932, pp. 123-173 e passim; Battaglini, 1983, pp. 30-39; Schiavo, 1953, pp. 174-177.
[3] Il rapporto non conflittuale, nonostante alcuni provvedimenti antimassonici (penalizzanti nella forma ma non nella sostanza), tra le logge e la monarchia, rappresenta un punto cruciale, sulla scorta del giudizio dello storico Francovich, della “dimostrazione” offerta dalla Verdile (2004, pp. 18-19).
[4] Da notare, tra le opere pedagogiche, quelle del Pestalozzi e di Basedow, «con particolare attenzione ai problemi della donna madre ed educatrice» e, fra i trattati di giurisprudenza ed economia, quelli contenenti «analisi specifiche sulla condizione del suddito-cittadini, i suoi diritti-doveri nei confronti dello Stato, il suo amor di patria» (Verdile, 2004, p 15): inevitabile l’aggancio a certi capitoli dello Statuto leuciano…
[5] Vale la pena riportare la sintesi finale della stessa autrice: «In realtà, non esiste in alcun luogo una testimonianza scritta che dimostri chi, materialmente, abbia scritto il Codice e chi lo abbia commissionato. La certezza espressa dal De Cesare e dal Tescione [sulle generalità dell’autore], e ripresa da più parti da altri storici, in ogni caso, suffragano ulteriormente quanto da noi affermato, e cioè che a chiedere la stesura dello Statuto sia stata la regina Carolina poiché Antonio Planelli era un massone, affiliato alla loggia de “La Vittoria” e sicuramente a lui poteva rivolgersi per chiedere tale compito solo la sovrana, da sempre amica e sostenitrice dei muratori e non Ferdinando che proprio il 13 novembre 1789 promulgò (dopo quello del 1775) un altro editto contro la massoneria. Un “sogno” quindi di Maria Carolina che voleva dimostrare, in un regno sempre più a sua immagine e somiglianza, quanto l’influenza dell’assolutismo illuminato della sua famiglia di origine fosse ancora ben presente nella sua vita e nel suo programma politico. Un sogno, dicevamo, che, per ironia della sorte, porta, ancora oggi, il nome di quel sovrano definito “lazzarone” che, amante della caccia e poco avvezzo alla vita politica, è passato alla storia, per la Colonia di San Leucio, come re lungimirante e progressista. “Carolinopoli” fu la grande utopia della regina ma, come quasi sempre è accaduto nella storia, la sua idea fu attribuita “all’uomo di casa” e ai posteri è stata affidata una falsa verità» (Verdile, 2004, p. 26).
[6]Alcuni studiosi hanno voluto intravvedere nel Codice l’affermazione di principi di stampo socialista-marxista, ma il Dal Pane e il Battaglini escludono tale ipotesi: il primo, con l’osservare il carattere paternalistico e religioso della colonia, retta dal parroco e da magistrati popolari (eletti a scrutinio segreto dai capi famiglia col sistema della maggioranza, ma solo previo approvazione del re), nonostante l’esistenza nel Codice di norme legislative presenti nei sistemi utopistici e, successivamente, nei codici socialistici (Dal Pane, 1958, pp. 439-440); il secondo (1983, p. 33), sulla scia del D’Onofri, con l’osservare che l’egualitarismo tra gli abitanti della Real Colonia si fonda sul presupposto della loro appartenenza a una medesima categoria socio-professionale (lavoratori della seta) e non può dunque essere ritenuto di stampo autenticamente socialista. Pertanto il Battaglini, ricordate tre interpretazioni coeve del Codice (da parte del Galdi, del Luppoli e del D’Onofri) e i tanti versi più o meno cortigiani che esplosero a celebrare l’evento, contesta che la colonia di S. Leucio sia «antesignana del socialismo premarxista» e rimprovera ai sovrani cosiddetti illuminati, sulla scorta del Pontieri, di aver utilizzato, fra le idee nuove dell’Enciclopedia, solo quelle che tornavano utili ai loro scopi (Battaglini, 1983, pp. 21-25). Bisogna però anche considerare che l’intento di Ferdinando IV di riproporre l’esperimento della Real Colonia su una scala molto più vasta sarebbe stato azzerato dalla Rivoluzione del 1799, con una brusca inversione di rotta della politica “illuminata” dei Borbone.
[7] Tescione, cit. in Verdile, 2004, p. 23. Fra i maggiori egli dunque ricorda i giuristi Francesco D’Andrea e Giuseppe Valletta, l’economista della circolazione Antonio Serra ed altri economisti e/o storici-filosofi civili e del diritto (C. Antonio Broggia, Antonio Genovesi, Ferdinando Galiani, G. Vincenzo Gravina, P. Mattia D’Oria, Pietro Giannone e Gaetano Argento, fino all’«incompreso» G. Battista Vico, a Mario Pagano e Vincenzo Russo. «Tutta questa letteratura – egli prosegue – precorre e prepara le Lettres Persanes del Montesquieu, la Basiliade e il Code de la Nature del Morelly, l’Emile del Rousseau, e da essa, con queste opere, deriva il quadro di quel socialismo morale, umanitario e metafisico, le cui tinte saranno poi, sotto diversi aspetti, accentate dal D’Argenson, dal Rétif de la Bretone e dal Mably; socialismo che si ispirava all’antichità e alla vita di paesi lontani e immaginari…» (Verdile, 2004, p. 24). Su questo versante conviene far punto, essendo notoriamente alluvionali le possibili citazioni di esperimenti passati, coevi e successivi, a partire dalle reductiones gesuitiche nel Paraguay e similari nei paesi americani e in altri continenti, fino alla Colonia Ceciliadella fine dell’Ottocento. Per non dire delle stesse colonie borboniche di Ventotene, Tremiti, Lampedusa e Tressanti…
[8]Kruft, 1990, p. 117. Indubbiamente i coloni di S. Leucio sono i privilegiati protagonisti di un esperimento innovativo e pionieristico, dal punto di vista morale, legislativo e materiale. Si considerino a riguardo le miserevoli condizioni esistenziali della maggior parte della popolazione nel Regno di Napoli – nonché di quella negli altri stati italiani, fatta parzialmente eccezione per Toscana e Lombardia – afflitta dalla miseria, da un’alimentazione inadeguata e dalla totale mancanza di igiene. A ciò si aggiungano le ripetute crisi industriali del XVIII secolo (particolarmente gravi nell’industria serica del Piemonte, dove licenziamenti e disoccupazione proseguirono sino alla fine del Settecento, nonostante i ripetuti interventi del governo savoiardo), dovute alle difficoltà di produzione e smercio dei prodotti (Dal Pane, 1958, pp. 174-189 e pp. 382-385): crisi non avvertite a S. Leucio, grazie al costante susseguirsi delle commissioni statali.
[9] È noto infatti il sincero apprezzamento della Craven, in visita a S. Leucio, per la profonda competenza di Ferdinando in materia di meccanica e di idraulica (Battaglini, 1983, p. 9). Un tipo di intelligenza che Gardner avrebbe classificato corporeo-cinestetica (laddove non esiste una distinzione netta tra il “riflessivo” e l’”attivo”), non disgiunta da una certa intelligenza spaziale e/o logico-matematica(Gardner, Intelligenze multiple o Educare al comprendere).
[10] Secondo il più accreditato storico del lavoro, il «principio cristiano dell’amore del prossimo, che aveva inspirato (sic!) le colonie gesuitiche in America e infiammato il Muratori a scrivere di materie sociali, anima anche il tentativo compiuto nel Regno di Napoli da Ferdinando IV» (Dal Pane, 1958, p. 439). In effetti, se il Muratori ritiene che la pubblica felicità consista nella «libertà ben regolata, nella sufficiente provvisione del vitto, vestito ed albergo, nella pace pubblica e nella tranquillità dell’animo» (Muratori, 1964, p. 966), Ferdinando IV se ne fa interprete, esecutore e garante, concludendo il Codice con tali parole: «Quest’è la legge, ch’Io vi dò per la buona condotta di vostra vita. Osservatela, e sarete felici» (Ferdinando IV, 1789, p. 58). Ancora oggi, sia pur per vie lunghe e tortuose, c’è qualche governante che all’”indice della felicità” dà la precedenza sul PIL  (cfr. in questi Atti il contributo del Fumagalli sul Buthan).

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