Il Sud arretra, prevalgono le aree interne del Nord

Il Sud arretra, prevalgono le aree interne del Nord
di Carmelo Conte
L'ex ministro Carmelo Conte
L’ex ministro Carmelo Conte

Dopo i silenzi del Governo nelle dichiarazioni programmatiche, cominciano a manifestarsi anche i primi effetti della decisione di espellere dalla Costituzione ogni riferimento specifico al mezzogiorno come problema nazionale (modifica dell’art. 119). Invero, con lo slogan “missione aree interne”, Fabrizio Barca, Direttore del Dipartimento per lo Sviluppo, ha avviato una consultazione istituzionale, a livello locale, per individuare un certo numero di ambiti territoriali (20 – 25) in cui sperimentare un progetto di coesione territoriale, che riguarda tutto il Paese e solo marginalmente il meridione. Un’iniziativa che, pur se istituzionalmente corretta, si basa su due presupposti discutibili. Il Primo riguarda il concetto di aree interne che, secondo Barca, non sono una condizione straordinaria del mezzogiorno, ma di tutto il Paese e si contraddistinguono per il basso standard dei servizi essenziali (scuola, salute, mobilità, sviluppo economico) rispetto alle realtà circostanti, in Lombardia come in Calabria. Sono, cioè, il risultato di una crescita distorta di tutto il territorio nazionale. Una tesi, ben motivata sul piano accademico, che è stata alla base dell’abolizione dell’intervento straordinario nel Mezzogiorno con l’impegno, poi non mantenuto, di perequare il Sud al resto del Paese con un’adeguata politica ordinaria. Salvo a ricorrere nel contempo, sia pure con buone ragioni, all’uso di leggi speciali per altri territori, quali le leggi per Roma, il traforo del Fréjus, Mose di Venezia, l’Ex Po di Milano che non si possono di certo additare come esempi di trasparenza e di programmazione. Ben vengano, perciò, le politiche di coesione territoriale e sociale, ma a condizione che si tenga conto delle diverse condizioni di partenza tra le due Italia e del fatto che la congiuntura economica sta colpendo, da sei anni, essenzialmente il mezzogiorno e le fasce sociali meno abbienti, anch’esse prevalenti nel Sud, come prova i dati dell’occupazione e della produttività rispetto al Nord. Laddove c’è il concreto rischio di una deriva che può essere evitata solo assumendo decisioni coerenti con un principio condiviso da tutti: i provvedimenti statali, come le crisi, hanno un effetto diverso in ragione delle condizioni dei territori in cui ricadono. E meritano, pertanto, interventi correttivi e complementari. Sarebbe, perciò, socialmente equo ed economicamente utile che la sperimentazione si facesse diffusamente nel Sud, sia per l’esiguità della somma stanziata (90milioni) sia per evitare che si apra una gara tra i territori per beneficiarne. Un conflitto tra poveri, in cui Salerno, grazie al percorso segnato dal piano di sviluppo della Città del Parco, vede premiate, sulle quattro previste per la Campania, due sue aree, il Cilento e il Vallo di Diano. Località all’uopo visitate, il 9 giugno scorso, da Barca, il quale sa bene che bisogna andare oltre e che il deficit meridionale di reddito e d’infrastrutture non è frutto solo di diversità interne alle singole regioni, ma di un processo storico che non ammette equivoci: senza il Sud, l’Italia non sarebbe l’Italia e il Nord non sarebbe il Nord. Il secondo assunto del tour “aree interne”, che peraltro si riconnette al precedente, riguarda la loro dimensione che, secondo i proponenti, dovrebbe interessare comuni associati che nell’insieme non superino i 50mila abitanti. Un modulo che mal si concilia col fatto che il massimo previsto per ogni intervento è inferiore ai 4milioni di euro. Una somma sicuramente incongrua che dovrebbe essere integrata – questo si fa intendere – con fondi regionali ed europei. Operazione che le regioni meridionali, in nome della loro autonomia, non permetteranno. Rivendicheranno il diritto a decidere che, ahi noi, la Campania non meriterebbe perché ha speso meno della metà dei fondi ricevuti a tutto il 2014. Una colpa che rende attuale un monito di Aldo Moro: se il Sud non si occupa di politica, è la politica di altri a occuparsi del Sud.

(da La Città del 15 giugno 2014)

redazioneIconfronti

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