Il teatro riparta dalla scuola

Il teatro riparta dalla scuola
di Pasquale De Cristofaro
Pasquale De Cristofaro
Pasquale De Cristofaro

Il rigore della tradizione come l’azzardo della ricerca sono ormai merce rara sui palcoscenici salernitani. Mi si dirà che se Atene piange, Sparta non ride. Infatti, è l’intero sistema teatrale italiano, oggi, ad essere in ginocchio. Non che il teatro non abbia attraversato altri momenti di crisi durante tutta la sua storia bi-millenaria, ma questa è molto più pesante. I festival e le rassegne più prestigiose continuano, in verità, a produrre spettacoli, artisti, registi e performer che hanno tanto talento ma, poi, queste esperienze, purtroppo, muoiono lì, non hanno la forza di girare. Pochi sono i Teatri Nazionali che scommettono sul “Nuovo Teatro” che resta, così, confinato in poche e felici aree geografiche, e il pubblico, sempre meno numeroso, si disabitua al valore della sperimentazione. Lo stesso teatro privato, pur continuando a sopravvivere producendo spettacoli “gastronomici” con attori che si sono fatti un nome in televisione, non fa più le stagioni di una volta. I sei mesi di giro sono drammaticamente scesi a tre, massimo quattro, rendendo questo lavoro sempre più precario. Se questa è la situazione nazionale, allora, perché attendersi che le cose vadano meglio nella nostra città dove una tradizione amatoriale ha avuto da sempre la meglio? Detto questo, non va disconosciuto affatto quanti, seppure saltuariamente e con pochissime risorse a disposizione, hanno in questi anni coltivato un’attenzione per la nuova drammaturgia e la nuova scena. Si è trattato, però, sempre d’iniziative sporadiche che mai hanno ricevuto lo stimolo e la giusta attenzione per poter diventare negli anni qualcosa di più importante. Inoltre, l’Università che per crescere ha dovuto spostarsi fuori città, ci ha penalizzato molto in termini di spinta culturale. I giovani studenti ogni giorno si spostano lasciando una città che di giorno invecchia e che si movimenta la sera nei luoghi della “movida”, ormai diventata un rito anch’esso abitudinario e stanco. Allora che fare, affinché il teatro non scompaia definitivamente dal nostro orizzonte? Innanzitutto, ripartire dalla scuola, dai più giovani. Attivare azioni che abbiano una finalità precisa, far appassionare e avvicinare una nuova generazione di spettatori, e fare in modo che il teatro non fosse percepito come una cosa noiosa da evitare, possibilmente. In una realtà sempre più virtuale lo spazio della scena, il corpo dell’attore vivo di fronte a noi, può ancora motivarci a ritrovare il senso di fare comunità. Il teatro, quindi, è come non mai questione culturale e politica. In un’epoca dove anche la politica sembra essere definitivamente persa dietro figure carismatiche di capi senza tradizione, il teatro resta una delle poche isole di resistenza. Tiriamo fuori la forza, allora, e riprendiamoci l’utopia. Questa ed altre sono state le mie riflessioni a margine di alcune giornate dedicate a Giuseppe Bartolucci. “Un papa, un vescovo, un curato di campagna” (a seconda di chi ne parlava), che dopo aver mosso i suoi primi passi nell’ambito della letteratura (c’è stato un Bartolucci prima di Bartolucci tutto da riscoprire), virò con rara radicalità verso la sperimentazione teatrale coinvolgendo, alcuni decenni fa, anche noi salernitani e portandoci a provare l’ebbrezza del “nuovo”.

redazioneIconfronti

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