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Il teatro sempre nelle stesse mani (inadeguate)

Il teatro sempre nelle stesse mani (inadeguate)
di Pasquale De Cristofaro
Il regista Pasquale De Cristofaro

Il regista Pasquale De Cristofaro

Al Pacino sì, Al Pacino no. Questo è un gioco che davvero non mi appassiona. Qualcuno ha giustamente detto che “sarebbe come mangiare ostriche in una famiglia dove manca finanche il pane”. In realtà, la situazione è molto più grave. Infatti, è da un po’ di tempo che mi preme porre una semplice quanto naturale questione democratica: come è possibile che nelle istituzioni teatrali italiane i vertici artistici sono per anni inamovibili e quando, improvvisamente, lo diventano è solo per occupare nuove e più prestigiose poltrone? A me hanno insegnato che la democrazia presuppone l’alternanza, il naturale ricambio per permettere a più soggetti di partecipare alla costruzione di un sistema giusto ed equilibrato. Invece, in Italia assistiamo ad un curioso quanto discutibile processo di sistematica occupazione del potere da parte dei “felici pochi”; spesso furbetti e scaltri amici di potenti che per anni fanno il bello e il cattivo tempo in un settore dove spesso chi lavora con determinazione ed impegno viene sistematicamente ignorato perché, semplicemente, non appartiene a nessuno “cerchio magico”. Ci sono stati e continuano ad esserci teatranti che già da giovanissimi sono indicati come direttori di “Stabili” o di prestigiosi Festival e Circuiti, e restano tali a vita. Alcuni sono stati e sono dei gran talenti, altri, essendo decisamente ordinari, non si capisce perché continuano a gestire situazioni così importanti senza dover mai dare conto a nessuno. Sarà, forse, perché i politici considerano il teatro un vecchio arnese, roba sorpassata, una riserva indiana per pochi sopravvissuti e se ne disinteressano. Lasciano che a decidere su queste nomine siano i politici delle seconde file che usano il loro piccolo potere per beneficiare i propri amici. E così, molti attori e registi, senza rischiare nulla, continuano a produrre spettacoli con i soldi della fiscalità generale. Tutto questo, quando centinaia di realtà piccole ma ricche di professionalità e passione sono invece costrette a misurarsi con le difficoltà di un mercato di fatto drogato e che funziona solo con la logica dello scambio. In una situazione del genere, chi gestisce un teatro pubblico ha un tesoro per le mani. Si producono spettacoli spesso inutili e che non soddisfano altro che il narcisismo di questi “direttori a vita”. Qualcuno, addirittura, ha sommato negli anni più incarichi, senza suscitare nei più, alcuno scalpore. La coscienza critica, in questo Paese, da tempo sembra essere completamente evaporata. Tutti sanno che “c’è del marcio in Danimarca” ma nessuno ha davvero voglia di mutar verso, purtroppo.

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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