Il tempo circolare della politica

Il tempo circolare della politica
di Giuseppe Foscari *
Giuseppe Foscari
Giuseppe Foscari

Ho raccontato di recente ai miei studenti quanto il mutamento della politica verificatosi negli ultimi cinquecento anni stia conoscendo oggi un imprevedibile ritorno al passato, come se la concezione del tempo fosse circolare (era così per gli Aztechi) e riproponesse patologie già note e già vissute. Stiamo assistendo ad un nuovo pericoloso sonno della ragione e ad un tradimento delle lotte per i diritti fatte sin qui. Mi spiego meglio, ben consapevole che la sintesi non rende ragione di tutti i processi e di tutte le complessità riscontrabili. Ma voglio correre il rischio.

Dal Rinascimento in poi abbiamo assistito ad una progressiva trasformazione della realtà politica: dal potere del sovrano, diventato sempre più accentrato e assoluto, e dal potere della feudalità che rappresentava in Europa il 2-3% della popolazione ma deteneva l’80-90% del patrimonio terriero e delle risorse, siamo passati ad una fase in cui si è registrato lo sviluppo del Parlamento. Questa istituzione, a partire dall’Inghilterra, ha finito per erodere potere al re, sino a scalzarlo dalla sua funzione egemonica. Ci sono state inevitabili fasi di scontro tra Monarchia e Parlamento, ma a leggere a posteriori la storia del XVII secolo si comprende bene che l’istituzione monarchica aveva i decenni contati, per così dire. Nel conflitto avrebbe vinto, ovunque, il Parlamento.

È stata, questa, l’anticamera della democrazia, nella quale la partecipazione popolare e la sovranità del popolo sono stati i due teoremi che hanno accompagnato l’uomo, in larga parte dell’Europa, alla conquista di spazi politici di partecipazione e al fondamentale riconoscimento dei diritti umani, conquista avvenuta tra il XVIII e il secolo scorso.

Il quadro egemonico in politica si è andato riformulando e hanno finito per avere un ruolo decisivo i partiti in un contesto progressivamente democratico del quale le Carte Costituzionali sono state il caposaldo. La nostra, per esempio, varata nel 1948, ha sancito questi principi, fissando regole teoriche e programmatiche di straordinario valore culturale e politico. Su tutti, il famoso art. 3 comma 2, che ha stabilito che è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli che, limitando la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono lo sviluppo della persona umane e la partecipazione alla vita politica, economica e sociale del paese. Mirabile articolo.

Negli ultimi anni il quadro si è rovesciato: la politica ha richiesto velocità di decisioni e i governi, le nuove oligarchie, hanno finito per prevalere sui Parlamenti, diventati improvvisamente autentiche palle al piede della globalizzazione. Sicché, il primato della decisione politica si è spostato verso gli organi esecutivi, i presidenti dei consigli, i governi, i governatori delle Regioni, i sindaci, costruendo un nuovo modello piramidale, con pochi uomini a decidere, in nome della celerità decisionale. Il referendum costituzionale in discussione, in fondo predica cose del genere, con la scelta di esautorare in buona parte il Senato e facendo ritornare in auge il modello di accentramento politico (mai estinto, ma certamente frenato nei secoli dalla volontà partecipativa dei cittadini).

I tempi sono cambiati e gli uomini d’affare, le lobby economiche, le multinazionali, i padroni delle ferriere, come si chiamavano una volta con un certo sarcasmo, pretendono che la politica non sia d’impiccio e che le decisioni siano prese da pochi e rapidamente. Lo impone il credo liberista, che pretende anche uno Stato snello, oltre che una politica veloce.

Il nuovo assolutismo è così delineato e in questo quadro non c’è posto per antiquate regole democratiche. I dibattiti, le discussioni, i luoghi di confronto, gli stessi Parlamenti, sono diventati archeologia storica. Che vadano a farsi benedire! Se aggiungiamo, poi, che a livello mondiale il 2-3% delle potenti multinazionali controlla l’80% delle risorse, dei beni materiali, delle proprietà e vorrebbe prendersi anche i beni comuni, sembra quasi che i cinquecento anni sia passati invano.

Come un nuovo terribile e temibile ritorno al passato, con pochi uomini che decidono per tutti.

Ma dopo le derive assolutistiche e centralistiche sempre l’uomo sa emergere per riprendersi la scena e lottare per i diritti. È già accaduto. E accadrà ancora.

* docente di Storia dell’Europa presso di Dipartimento di Scienze Politiche, Sociali e della Comunicazione dell’Università di Salerno

redazioneIconfronti

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