Il tempo lungo delle dimissioni

Il tempo lungo delle dimissioni
Giuseppe Foscari *
Il ministro dimissionario Maurizio Lupi
Il ministro dimissionario Maurizio Lupi

Un ministro coscienzioso e diligente si sarebbe dimesso subito, per varie e inoppugnabili ragioni di opportunità e di rispetto verso il corpo della Nazione. Innanzitutto, c’è da considerare il fatto che, come autorevole esponente del governo, Lupi ha costruito la sua credibilità politica nei più svariati talk-show televisivi, mostrandosi loquace, diretto, fotogenico e razionale, non perdendo mai occasione per ribadire l’importanza dell’eticità nei comportamenti politici e nella gestione della cosa pubblica. Impastrocchiato in vicende piuttosto torbide, ha, in sostanza, disinnescato una sua possibile arma di difesa -ammesso che ve ne fosse una- con le sue reiterate e impegnative dichiarazioni pubbliche su moralità e correttezza nelle pratiche degli appalti. Che, intendiamoci, dovrebbero essere il sale della buona politica. La sua posizione, come si dice oramai in un diffuso stereotipo nazional-popolare, era diventata indifendibile.
È la storia del boomerang che è ritornato violentemente alla base portandosi dietro la potenza che l’ha sorretto nella sua insidiosa parabola ellittica.

In Germania o in Francia le dimissioni sarebbero state date immediatamente e anche per molto meno. Abbiamo una casistica recente e meno recente che lo attesta appieno e ogni volta che ce ne ricordiamo non possiamo non indignarci per quanto di civile e nobile c’è in questo gesto di lasciare il campo per difendere la democrazia, prima ancora che se stessi, e per quel che accade invece in Italia.

Da noi, infatti, esiste il tempo lungo delle dimissioni, perché bisogna chiederle, con le buone e/o con le cattive.

Prima si traccheggia, si attendono le deduzioni e le controdeduzioni, le informative, si creano i distinguo, i sì ma, ci si assenta dal dibattito in aula parlamentare quasi per non legittimare il sostegno al ministro, oramai lasciato solo, ma senza avere il coraggio pubblico di affondare il pressing per il congedo politico. Insomma, anche questa vicenda (aldilà delle ovvie garanzie che tutti i cittadini devono avere in uno Stato di diritto) ha richiesto supplementi di cognizioni e ricognizioni, un occhio al rapporto con l’alleato politico, che, nel frattempo, lo aveva blindato, sostenendo la sua totale estraneità e la sua capacità di spiegare i fatti (sic!).

Parole vuote e di circostanza, come sempre accade, ma senza alcuna credibilità.

Stavolta avrei sì preferito dal presidente del Consiglio un altrettanto pubblico e inequivocabile “stai sereno Lupi!”, che avrebbe sancito appieno la rapidissima uscita di scena del ministro. E invece, un lungo silenzio, un lavorio sotto banco per non creare ripercussioni sul governo, un occhio agli umori della maggioranza e della piazza per capire come l’elettorato stava prendendo la vicenda. Tanto comandano i sondaggi e gli umori. Cioè, non vince il senso delle istituzioni che prescinde da tutto e da tutti!

Ultima annotazione, altrettanto triste quanto l’affaire-Lupi. Continua la deriva di Comunione e Liberazione, cui appartengono sia il mai dimenticato Formigoni che lo stesso Lupi.

Forse per Papa Francesco potrebbe essere un’occasione per mettere mano anche lì dentro…

* professore di Storia dell’Europa, Dipartimento di Scienze Politiche, Sociali e della Comunicazione, Università di Salerno

 

redazioneIconfronti

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