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“Il tessitore di vite” in una Napoli senza stereotipi

“Il tessitore di vite” in una Napoli senza stereotipi
di Barbara Ruggiero

titti_marrone«Credo che nessuna terra come la Campania e il Sud in generale dia tanti spunti per storie da narrare». Titti Marrone (foto) di storie ne ha raccontate tante da giornalista, specie dalle colonne de “Il Mattino”, dove ha lavorato fino allo scorso anno; ma il desiderio di scrivere e continuare a raccontare fatti l’hanno portata a pubblicare il suo primo romanzo.
“Il tessitore di vite” (Mondadori, 2013) è la sua ultima fatica letteraria: un romanzo ispirato a una storia vera; un racconto delle vite di vari personaggi che vivono e operano a Napoli, sullo sfondo della città tartassata dall’emergenza rifiuti.
“Il tessitore di vite” è un romanzo tratto da una storia vera. A una giornalista, e quindi a una persona che racconta per mestiere le notizie ai propri lettori, come viene l’idea di scrivere un romanzo?
Questa è una di quelle storie vere che in un giornale scivolano via tra i rivoli della cronaca. Capita a chi fa il giornalista di attraversare quei giorni in cui pare non succeda mai niente e poi, man mano che la giornata passa, si accumulano vari fatti importanti che confinano in secondo piano una vicenda che inizialmente era stata individuata come interessante. E quel fatto, che era sembrato interessante, finisce confinato agli ultimi posti nella gerarchie delle notizie. La storia a cui è ispirato il romanzo è una di queste. È una storia che io avevo preso, messo nel cassetto e tenuta lì: era bella, pregnante, sconvolgente. In contemporanea avevo cominciato a scrivere dei profili di personaggi sui cinquanta/sessanta anni; tutte persone disilluse, deluse dalla politica, dal lavoro, dalla vita, da vicende personali e pubbliche. Poi mi è venuta l’idea di legare questi personaggi a quella vicenda di cronaca che avevo messo da parte. E a quel punto è nato “Il tessitore di vite”.
Dalla storia e dai personaggi emerge uno spaccato ironico ma spesso agrodolce sulla nostra società.
Con i personaggi del romanzo ho inteso mettere in evidenza le relazioni umane nella nostra contemporaneità che spesso sono asfittiche, povere, stentate… Nei ritratti dei personaggi, avevo intenzione di rappresentare la borghesia napoletana intellettuale e delle professioni, quelle persone che si sono anche impegnate in politica negli anni scorsi ma che poi sono rimaste deluse da tutto questo.
Da cosa deriva la scelta del titolo: perché “Il tessitore di vite”?
Dal fatto di cronaca che ha ispirato il racconto innanzitutto. Poi dal caso, che opera come un regista occulto nelle vite di ognuno di noi e che spesso svela anche scenari che non ci aspettavamo. Tessitore per il tempo come una pagina oleosa che ci porta all’approdo. Tessitore perché anche io che ho scritto il romanzo tesso i fili delle vite dei personaggi. Lo scrittore è colui che si prende la responsabilità di dare visibilità e risalto ai percorsi e alle storie. E poi perché in fondo è vero che le donne hanno sempre avuto a che fare con l’arte del cucire e del tessere; e quando una donna agisce c’è sempre il ricordo o l’intenzione di tessere o cucire.
La città di Napoli, con i suoi problemi e con la grave crisi dell’emergenza rifiuti fa da sfondo al romanzo.
Penso che noi abbiamo un territorio che dia molto più spunto di altri per raccontare storie. Siamo contraddizione, complessità… Abbiamo tante vicende che suggeriscono storie. Io cerco di dare uno spaccato attuale della società con un segno arcaico che si mischia con cose attuali: un misto di modernità e arcaismo, la diade che da sempre caratterizza il Sud; e forse è questo il vero motivo per cui il nostro territorio non decolla.
Nella sua presentazione sul blog dell’Huffington Post dice di voler raccontare Napoli e il Sud senza le classiche “lacrime napulitane” e senza gli stereotipi negativi che sono spesso condanna di questa terra. La domanda viene spontanea: perché sono solo queste le caratteristiche che emergono del Meridione?
Qui c’è un po’ di responsabilità degli operatori dei media. Ciò che fa notizia purtroppo è il rassicurante stereotipo che conferma che siamo brutti, sporchi e cattivi. Noi che facciamo informazione siamo purtroppo portati a dare in pasto le notizie quando le vicende sono connotate in questo modo; anzi, ci diamo in pasto in questo caso. Però è anche vero che la responsabilità dell’informazione c’è, ma c’è anche un problema di sostanza, non solo di rappresentazione. Purtroppo per secoli il Sud non è riuscito a venir fuori da un insieme rischioso e terrificante di modalità che lo inchiodano sempre sulle solite pratiche che si ripetono. E poi ci sono vicende eclatanti e difficili, come quella dell’emergenza rifiuti, che nel romanzo assume un valore simbolico: la crisi dei rifiuti è come se coincidesse anche con la crisi che caratterizza le persone.
Il quadro non è dei migliori. Ma Napoli e il Sud in generale come possono provare a migliorare? Da dove si comincia a cercare il riscatto?
Con le pratiche di rottura degli stereotipi. Occorre trovare cose che siano diverse da quelle che vengono raccontate. Oppure andare a fondo per capire cosa c’è sotto anche un semplice caso di cronaca. Io direi che si potrebbe migliorare anche cominciando a dare le buone notizie. Ovviamente poi bisogna andare anche nella sostanza dei problemi. Ma questo tipo di risposte non le ha la politica e non possono averle né la letteratura né il giornalismo. Il nostro futuro dipenderà dalla buona volontà intesa come serio esercizio di impegno di tutti. Io noto che a Napoli, dopo l’inizio dell’amministrazione De Magistris, si è infranto un sogno. Non è impossibile governare questa città; ma in questo caso non ci si è neanche provato. Il motivo è semplice: manca un’idea di città.

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