Gio. Ago 22nd, 2019

I Confronti

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Il vescovo ci ripensa, vede ombre sui Gigli ma non nomina la camorra

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Non c’è proprio pace all’ombra dei Gigli di Nola (foto). E tra una celebrazione ufficiale e l’altra, in vista della festa che si celebrerà il prossimo fine settimana, il vescovo di Nola, monsignor Beniamino Depalma, che tanto “ha tuonato” contro le affermazioni di Don Manganiello, è stato costretto ad intervenire per precisare contro letture a suo dire “strumentali e maliziose” delle sue parole “inerenti il rapporto tra Festa dei Gigli e camorra, in cui invitavo a non generalizzare e prendevo le distanze dalle affermazioni di don Aniello Manganiello che mettevano alla sbarra l’intera città di Nola e i suoi sentimenti religiosi”. Precisazioni in cui il presule prende atto dei tentativi di infiltrazione perché – e citiamo le sue parole precise - «celebrare la Festa
di Mario Amelia

Non c’è proprio pace all’ombra dei Gigli di Nola (foto). E tra una celebrazione ufficiale e l’altra, in vista della festa che si celebrerà il prossimo fine settimana, il vescovo di Nola, monsignor Beniamino Depalma, che tanto “ha tuonato” contro le affermazioni di Don Manganiello, è stato costretto ad intervenire per precisare contro letture a suo dire “strumentali e maliziose” delle sue parole “inerenti il rapporto tra Festa dei Gigli e camorra, in cui invitavo a non generalizzare e prendevo le distanze dalle affermazioni di don Aniello Manganiello che mettevano alla sbarra l’intera città di Nola e i suoi sentimenti religiosi”. Precisazioni in cui il presule prende atto dei tentativi di infiltrazione perché – e citiamo le sue parole precise – «celebrare la Festa dei Gigli, coinvolgere giovani e uomini di buona volontà, è la grande sfida che poniamo a chi, cercando di appropriarsi anche dei simboli religiosi, cerca di marcare il suo dominio sul territorio». E se lo dice lui, ci fidiamo. Senza temere la scomunica. Monsignor De Palma si affretta a precisare sulla sua affermazione «non esiste una Chiesa “anti-camorra”». «Qualcuno – confessa il vescovo pro Gigli – per il mio stupore, ha voluto intendere che la Chiesa non lotta con la malavita organizzata. Evidentemente, chi ha voluto dare queste interpretazioni non conosce il lavoro di questa Chiesa e dei suoi sacerdoti sull’intero territorio diocesano». Ed allora monsignor Depalma indirizza bene la sua “scomunica”, questa volta non contro don Aniello Manganiello e chi ha raccolto le sue testimonianze. «A beneficio di coloro che cercano polemiche, sarò più chiaro: la Chiesa è, per sua struttura, natura e scelta, una forza vitale che lotta contro le ingiustizie, le storture e le oppressioni. Lo fa in nome del Vangelo, ogni giorno, attraverso tutti i parroci, i religiosi e i laici impegnati. Un esercito del bene lavora instancabilmente per formare le coscienze contro le insidie della camorra e del male, un esercito che non ha bisogno di etichette eroiche, di sentirsi classificato come “anti” qualcosa o qualcuno. Un esercito che fa ciò che fa perché crede in Dio, che lo fa convintamente senza cercare ribalte e riconoscimenti mediatici». Ed ecco che monsignor Depalma ricade nel “peccato” – ci sia consentita questa metafora parlando di alti prelati – di distrarsi non guardando la luna ma il dito. E si stupisce, il vescovo, perché «non venga compreso il fatto che la Chiesa lavora per la redenzione e la salvezza di tutte le anime, anche le più malvagie. Più volte, negli ultimi tempi, ho esortato i camorristi a pentirsi e scontare il loro debito con la società, senza proseguire nella spirale della morte e della violenza. Ma ho anche detto che se non lo faranno già questa terra e questo popolo, e infine Dio nel suo giudizio finale, gli chiederanno conto delle loro azioni con una severità assoluta. Come pastore, è mio dovere tenere sempre aperta una porta, quella del pentimento, e di tenerne ben serrata un’altra, quella della tolleranza e della connivenza». E su questo penso che nessuno abbia dubbi. Ma monsignor Depalma non si arrende, pervicacemente torna a spigare «perché voler individuare una “Chiesa di frontiera”, opposta ad una eventuale “Chiesa di collina” (non saprei come altro definirla) sia un errore di valutazione». Varrebbe l’obbligo di precisare al presule di Nola che nessuno, né tanto meno don Aniello Manganiello, ha mai contrapposto la chiesa di frontiera con un luogo geografico ben preciso (come può essere la collina). La frontiera è il limite tra il legale e l’illegale, tra la connivenza ed il ripudio della violenza, tra i mercati nel tempio e la cacciata degli stessi mercanti. Ma questo un vescovo lo sa e lo può ben insegnare ai suoi fedeli. Infatti, monsignor Depalma è costretto a ripetersi: «Ogni credente è in frontiera ed è “una” frontiera, ogni parrocchia è in frontiera, ogni uomo di Dio incontra ora dopo ora drammi e disagi, persone sofferenti e dolore. Le parrocchie sono nel cuore di ogni territorio, di ogni città, a cercare persone di tutte le età, e specialmente giovani, per sottrarle alle comode lusinghe della camorra e dell’illegalità. È un lavoro faticoso e oscuro, di prevenzione ma anche di cura e rieducazione. Nessuno di questi eroi del quotidiano, credetemi, avrebbe così poca umiltà da autodefinirsi “di frontiera”, isolando la sua azione e il suo impegno da quello di tutta la Chiesa in cui sono maturati la sua vocazione e il suo servizio». E se è così, ci viene da chiedere a monsignore, perché ripeterlo più e più volte? Forse perché tra i suoi fedeli monsignor Depalma ritiene che ci sia qualcuno non convinto del “lavoro oscuro e faticoso” che facciamo noi tutti? Questa volta è il “pastore” della diocesi di Nola che mostra scarsa fiducia nei suoi “parrocchiani”? Il vescovo conclude «invitando ciascuno a rileggere i miei interventi degli ultimi anni, gli interventi dell’ufficio per la Pastorale sociale, ma soprattutto vi invito a visitare le mille opere di bene, per il Vangelo e dunque strutturalmente contro la camorra, presenti in tutte le città della diocesi. Sono così tante che sarebbe un torto citarne solo alcune». Varrebbe la pena farlo però, in questo momento. Ma è giusto rimettersi alla volontà dei vescovi e sentire cosa dicono. Monsignor Depalma questa volta conclude davvero: « E’ soprattutto per loro, per i sacerdoti e i laici che vi si impegnano, che ho ritenuto doveroso contraddire chi tende a distinguere una Chiesa “coraggiosa” da una “timida”, una Chiesa “di frontiera” da una “borghese”, una Chiesa “libera” da una “ingessata”. No, siamo tutti impegnati a remare nella stessa direzione, nella direzione della legalità e della giustizia, senza eccezioni. E ogni anno, celebrare la Festa dei Gigli, coinvolgere giovani e uomini di buona volontà, è la grande sfida che poniamo a chi, cercando di appropriarsi anche dei simboli religiosi, cerca di marcare il suo dominio sul territorio – e qui il vescovo di Nola, finalmente, ammette che c’è tentativo di infiltrazione criminale nella festa, anche ripetuto, perché lui tenta ogni anno di sottrarre la festa dei Gigli dal dominio di chi vuole appropriarsene -. Sperando di poter così concludere una vicenda che si è protratta sin troppo e che non deve distrarci dall’impegno pastorale e civile ordinario». E siamo sicuri che molte cose sono state chiarite. Adesso l’attenzione del vescovo di Nola, dei politici di Nola, della gente di Nola, dei commercianti di Nola e delle forze dell’ordine di Nola può tornare alla festa dei Gigli con buona pace di tutti. Ci andrebbe un “Amen”, ma temiamo la scomunica del vescovo e pertanto evitiamo di essere blasfemi.

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