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Il viaggio come meta dell’esistenza: l’ultimo romanzo di Giordano

Il viaggio come meta dell’esistenza: l’ultimo romanzo di Giordano
di Luigi Zampoli

Paolo Giordano, Divorare il Cielo, Einaudi, 2018

A dieci anni da “La solitudine dei numeri primi”, Paolo Giordano torna nelle librerie con “Divorare il cielo”, un romanzo ambizioso e non privo di una certa complessità. Si tratta di una storia che s’intreccia con più storie, nell’incedere di pagine dense e articolate: un viaggio che inizia sotto le dolci ali della giovinezza e prosegue tra ritorni e disillusioni.
Al centro della narrazione vi sono tre “fratelli” in una masseria pugliese, mossi dall’ambizione di voler “divorare il cielo”, partendo dalla terra arsa e assolata del Sud.
Poi arriva Teresa, sedici anni e tutta un’altra storia: giunta dal Nord (Torino), torna per le vacanze estive nei luoghi paterni. Durante la sua permanenza, la masseria, con i suoi suoni, i suoi colori e una diversa percezione dello scorrere del tempo, diventa una linea d’ombra, luogo di memorie, incontri e passaggio oltre la linea stessa.
In questa comunità concentrata tra i muretti a secco spicca un personaggio particolare: è Cesare, il “santone”  portatore di una religiosità dai toni mistici, che si occupa di ragazzi dati in affido, tra cui Bern, uno dei tre fratelli che, con Teresa, diventa fulcro della narrazione. Sognando un mondo diverso, i due ragazzi conosceranno l’amore, la trasgressione e una passione innocente e divorante al tempo stesso. Nelle giornate estive di un Sud di oltre venti anni fa, i due adolescenti si scontrano con la forza di una realtà dirompente, destinata a lasciare le sue tracce per sempre: nella masseria, diventata un luogo senza tempo, i giorni si consumano all’insegna di scoperte e sensazioni.
Finita l’estate, Bern e Teresa si perdono, per poi rincontrarsi dopo anni. Tutto è cambiato, a cominciare dalla masseria, diventata una sorta di comunità all’insegna dell’ecologismo e della “decrescita felice”. Agli incontri seguono nuove partenze e apparenti addii, con altre storie di ragazzi diretti verso il futuro e il cambiamento, nella permanenza di nodi irrisolti e situazioni sospese. L’’intreccio di Giordano si fa qui più complesso: altre storie si intrecciano alla principale, come quelle di Tommaso e Nicola, con l’apparizione fugace di Violalibera. Ma a questi personaggi non ci si affeziona e il lettore, smarrito nell’articolarsi di vicende diverse e nella concatenazione di variazioni improvvise, non può che lasciarle da parte e concentrare l’attenzione sulle vicende di Bern e Teresa, le due comete del romanzo. Quest’ultimo è dunque un affresco caleidoscopico, in cui si cela il mistero di diverse esistenze che, nel corso del tempo, si snodano e riavvolgono su se stesse. Al di là delle vicende dei protagonisti, le immagini più riuscite delle pagine di questo romanzo sono difatti legate alle sinestesie di parole evocanti suoni e odori della macchia mediterranea, nel ricordo di sapori autentici e indimenticabili. I personaggi del romanzo diventano così l’incarnazione di pensieri e sentimenti che attraversano le fasi della vita senza perdersi mai, tra vicende esistenziali che, pur allontanandoli dai luoghi dell’infanzia, li riporteranno nuovamente all’origine.
Torna così la forza propulsiva dell’adolescenza. frutto di un’onda lunga, e le azioni estreme, nate da passioni divoranti, non scompaiono per davvero ma covano sotto la cenere, si trasformano, restano latenti e affiorano anche in età adulta. Teresa le ritroverà tornando a casa per prendersi cura della terra e della masseria, fulcro di un cerchio esistenziale che si ricompone.
Giordano traccia così un percorso interiore di ritrovamento del sé che, nelle pagine più riuscite, ricorda Herman Hesse: le visioni di quel che sarà originano da ciò che è stato e i continui rimandi tra passato e presente conferiscono al romanzo le suggestioni di un viaggio tumultuoso. È il viaggio della vita che come meta ha, semplicemente, il viaggio stesso.

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