Immagini a teatro? Sì, ma con moderazione

Immagini a teatro? Sì, ma con moderazione
di Pasquale De Cristofaro
Il regista Pasquale De Cristofaro
Il regista Pasquale De Cristofaro

Da un paio d’anni a questa parte le video-proiezioni hanno cominciato ad imperversare sui palcoscenici della prosa e lirici. Oggi, questa modalità espressiva, è così diffusa, che comincia ad imbarazzare profondamente. Vorrei, allora, prima d’ogni altra considerazione, lanciare un accorato appello ai tanti registi che ne abusano: lasciate perdere, ne esce definitivamente perduta la vostra autonomia e la vostra singolare creatività. Ma, già, forse il problema è proprio questo. Autonomia e creatività che latitano pericolosamente da un po’ di tempo a questa parte. Vorrei dire, intanto, che non sono pregiudizialmente contrario alle video-proiezioni. Ricordo che nei migliori casi di teatro di sperimentazione e ricerca, esse hanno rappresentato un tentativo per allargare le possibilità espressive della scatola scenica. Barberio Corsetti e Cauteruccio, per citare solo alcuni negli ultimi decenni, hanno utilizzato in modo efficace e dialettico tali mezzi ottenendo risultati non scontati e mai banali. Ma prima ancora, lo stesso Luigi Pirandello, quando nei “Giganti della montagna”, sua ultima opera, pensa il muro della villa della Scalogna come un immenso schermo sul quale potevano, prodigiosamente, materializzarsi in forma d’immagine i sogni degli strambi inquilini della villa, di fatto già prefigurava un palcoscenico tecnologicamente più avanzato. Senza dimenticare che questo discorso fu pienamente condiviso da molte avanguardie dei primi decenni del secolo scorso che, anche attraverso questa via, cercavano di prendere il largo nei confronti di una tradizione di teatro borghese e psicologico. Ma gli eccessi, è bene dirlo, sono spesso pericolosi e controproducenti. Lo stesso Brecht polemizzò aspramente con Piscator e il suo “tecnologico palcoscenico”, rammentando che il teatro, il vero teatro, non poteva essere trascinato in quella che stava diventando già allora una moda, in fondo, reazionaria. Il suo timore era rappresentato dal fatto che un teatro così bisognoso di tecnologia sfuggisse definitivamente dalle mani delle masse proletarie rivoluzionarie, diventando un’arma sofisticatissima di propaganda e seduzione dei “padroni del vapore”, capaci di affatturare e depotenziare la lotta di classe. Ora, senza arrivare all’anatema brechtiano, anche oggi tutto questo rappresenta un forte rischio per il teatro. Gli spettacoli finiscono in questo modo per assomigliarsi tutti. Non si distinguono più né poetiche né estetiche originali, annullate miseramente in una marmellata omologante che magari piacerà pure al pubblico ma che finirà presto per disorientarlo del tutto. Durerà, tutto ciò? Mi auguro di no, per il bene del teatro.

In copertina Brecht, molto polemico con gli eccessi tecnologici in teatro  

redazioneIconfronti

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