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In cerca della democrazia che non c’è

In cerca della democrazia che non c’è
di Roberto Lombardi
Shin Dong Hyuk

Shin Dong Hyuk

Se qualcuno possedesse il coraggio di scendere in piazza, non per sollevarla ma per rivoltarla; se qualcuno avesse trovato il possente martello in grado di svellere il sistema per non risistemarlo poi da nessuna parte; se vi fosse chi, gettato via ogni timore, si preoccupasse di assestare il colpo badando solo ad affondare… Mi pare già di sentirle: voci effeminate, starnazzanti, si leverebbero a gridare: «Stanno massacrando la Democrazia… la democrazia… la democrazia». Ma dov’è quello che ancora ignora che la democrazia non c’è e non c’è mai stata in occidente − sì, forse intorno al V secolo avanti Cristo in alcune poleis greche? − È Grillo e il suo Movimento 5 Stelle, l’uomo in cui è racchiuso questo coraggio? La sua tattica di attesa a ciò tende, a sferrare il colpo decisivo quando il nemico si crede ormai al sicuro nel suo emiciclo, al riparo delle Istituzioni? Ma se avesse fatto male il calcolo? Se pochi avessero compreso questo disegno e molti stessero perdendo fiducia nel suo messaggio pianamente rivoluzionario, tranquillamente eversivo (perché come si può scendere in piazza per tagliare teste se non metaforicamente?). Ma l’uomo che ha coraggio sa che non ha altra scelta:  deve attendere, e guardare innanzi senza curarsi di coloro che balbettano di soldi e di lavoro, ignorando che è già tutto lì lo sbaglio, il profondo errore che li costringe a correre dietro al sistema che vogliono abbattere. Ditemi: dov’è che il Capitalismo ha raggiunto il suo vertice, l’assoluta perfezione? Nei paesi Comunisti – quelli autentici, quelli tragicamente veri.
Shin Dong Hyuk è l’unico cittadino della Corea del Nord che sia fuggito dai campi di concentramento del suo paese. È nato nel Campo 14, e all’età di 14 anni è scappato. Aveva all’incirca la stessa età quando ha denunciato sua madre e suo fratello per il furto di una manciata di chicchi di grano dalla cucina del Campo. Ha assistito, assieme a suo padre, all’impiccagione dei suoi parenti senza provare alcuna emozione. Nel campo in cui è nato non gli è stato insegnato cos’è la famiglia, i sentimenti, la solidarietà. Tutto ciò che dalla sua nascita ha conosciuto sono il duro lavoro, le torture e una lunga fame. È per questo che è scappato, perché qualcuno gli aveva detto che là, fuori dal recinto, c’era un altro mondo dove avrebbe potuto avere riso a volontà e mangiare pollo. E lui non sapeva neppure cosa fosse la carne di pollo, perché per 14 anni si è nutrito unicamente di 300 grammi di riso e un cucchiaio di zuppa di cavolo al giorno. Oggi ha circa 21 anni e vive a Seul, ma confessa che vorrebbe fare ritorno a casa: al Campo 14. Lì è la sua mente. A Seul vede la gente soffrire per il denaro e per il lavoro. Ripensando agli anni trascorsi al campo, Shin Dong Hyuk dice: «Mi manca la purezza del mio cuore di allora, la leggerezza, l’innocenza di quando non sapevo che esisteva un mondo diverso».
Il documentario che racconta questa sconvolgente testimonianza si intitola “Camp 14: Total control zone”, ne è regista Marc Wiese che ha vinto di recente l’Human rights film festival. Questo resoconto si basa sull’ampio articolo pubblicato qualche settimana fa da La Domenica del Sole 24 Ore.

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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