In Italia di democratico c’è il terremoto, e 30 volte al giorno la terra trema

In Italia di democratico c’è il terremoto, e 30 volte al giorno la terra trema
di Silvia Siniscalchi

“Cerco un centro di gravità permanente …” cantava alcuni anni fa Franco Battiato, dando voce a una delle più profonde esigenze filosofico-esistenziali dell’umanità.
Canzoni impegnate e aneliti spirituali a parte, tutti abbiamo bisogno di concrete rassicurazioni, almeno di quelle della materia. La madre Terra sembra in proposito soccorrerci e rappresentare quanto di più solido e duraturo possa esserci, ma i terremoti vengono ogni tanto a ricordarci che non è proprio così… E di terremoti, in tutti i sensi, il nostro paese ha fatto autorevole collezione nel corso dei secoli.
Il sisma dello scorso 20 maggio in Emilia Romagna, con la sua rovinosa capacità distruttiva, è stato solo l’ultimo di una lunga serie. Senza considerare i circa 30 micro-terremoti che si verificano quotidianamente sulla nostra penisola, dall’Unità a oggi gli eventi sismici forti, fortissimi o catastrofici che l’hanno riguardata, secondo la ricostruzione a cura dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (foto), sono stati oltre 170, da Sud a Nord.
Basti pensare, solo per citarne alcuni, ai terremoti di Calabria (1870, 1894, 1905, 1907, 1908 e 1928), Campania (1883, 1910, 1930, 1962, 1980), Toscana (1914, 1917, 1919, 1920), Abruzzo (1915, 1984, 2009), Sicilia (1978 e 2002), Umbria-Marche (1997) e Friuli (1976). Tutte le zone che percorrono l’Appennino fino alla Calabria sono, insomma, a rischio sismico, pur se con delle differenze importanti. A una rapida lettura dei dati appare con molta evidenza, infatti, che mentre in alcune regioni centro-settentrionali (ad es. in Lazio ed Emilia Romagna) i terremoti si verificano con energia generalmente moderata ma potenzialmente dannosa e in altre (come Toscana, Umbria, Marche, Basilicata e Friuli) ne avvengono molti deboli e pochi più violenti (in media ogni secolo), le zone in cui si verificano i terremoti più gravi in assoluto, con una ciclicità di circa venti o trent’anni, sono quelle del centro-sud (ad es. Abruzzo, Campania, Calabria e Sicilia). Lo dimostra il terremoto del 1908 di Messina e Reggio Calabria (Magnitudo 7.2, Intensità max X-XI), il più forte di questi ultimi 150 anni, con più di 80 mila vittime e la distruzione quasi totale delle due città che si affacciano sullo Stretto.
Il terremoto, dunque, è un fenomeno trasversale e democratico, con una distribuzione geografica che non conosce confini e che colma ogni divario tra Nord, Centro e Sud del Paese. Almeno dal punto di vista geologico dobbiamo quindi prendere finalmente atto, volenti o nolenti, di essere un’unità autentica, tanto più vasta e “ideologicamente” avanzata se consideriamo che i terremoti nostrani sono manifestazioni del progressivo riavvicinamento della placca africana con quella euroasiatica e che in questo momento, mentre in Italia ancora si discute del senso dell’unità nazionale, la Sicilia sta viaggiando verso Nord, la Basilicata e la Puglia si avvicinano all’Albania e Romagna, Veneto e Friuli alla Croazia.

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Silvia Siniscalchi

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