Incuria e abbandono per la memoria di Giuseppe Impastato

Incuria e abbandono per la memoria di Giuseppe Impastato
di Luigi Zampoli
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Il casolare nelle campagne del palermitano in cui fu ritrovato il corpo di Impastato

Cronaca di trentacinque anni fa: in una strada di Roma, via Caetani, veniva ritrovato all’interno di una renault rossa il corpo crivellato di proiettili di Aldo Moro, statista democristiano di larghe vedute, teorico delle convergenze parlelle, artefice del compromesso storico Dc-Pci, rapito cinquantacinque giorni prima dalle Brigate Rosse. Siamo nel momento più buio della “notte della Repubblica”, come l’avrebbe denominata Sergio Zavoli nel suo celebre programma-inchiesta.
In quello stesso tragico 9 maggio del 1978, relegata in un trafiletto di cronaca, veniva riportata la notizia del ritrovamento in un casolare abbandonato del cadavere di un giovane attivista politico di trent’anni, Giuseppe impastato di Cinisi, in provincia di Palermo.
Gli occhi degli italiani erano puntati tutti su via Caetani, sull’illustre vittima del fanatismo brigatista, mentre passava sotto silenzio quell’efferato delitto compiuto ai danni di un giovane giornalista che, per mesi e mesi, dai microfoni di radio Aut, una delle tante radio libere che in quel periodo fiorivano in tutta Italia, aveva scagliato parole come dardi nei confronti del boss locale, Tano Badalamenti.
Parole coraggiose, limpide, spericolate che inneggiavano al risveglio delle coscienze e alla rivolta contro l’asfissiante giogo della cultura mafiosa dell’omertà.
Un’idealista che, trent’anni prima di Saviano, aveva realisticamente compreso il potere dirompente e squarciante della parola, la parola libera, detta al servizio della verità e della libertà.
Oggi quel maledetto casolare che vide il martirio del giovane Impastato, letteralmente fatto a pezzi dai killer di Cosa Nostra, non è ciò che dovrebbe essere in un paese civile: un tempio laico della memoria, un simbolo sempiterno di testimonianza di una lotta alla tirannide mafiosa, condotta non con gli strumenti di cui dispongono magistrati e forze dll’ordine, ma solamente con l’entusiasmo donchisciottesco di un ragazzo degli anni settanta che, con la sua fervida intelligenza ed una vis polemica condita di pungente ironia, metteva alla berlina il sistema politico-mafioso di quei tempi.
Oggi quel luogo si presenta come l’ennesima medaglia al disonore di una nazione che è incapace di preservare la propria memoria dall’oblio e dal trascorrere del tempo.
Tutto è lasciato all’incuria e all’abbandono, ma gli amici di Peppino ed il fratello Giovanni continuano a mobilitarsi per non disperdere il ricordo di quell’ignominia, per continuare quel cammino interrottosi tragicamente dopo “cento passi”.
Così, a trentacinque anni dalla morte, all’appello del fratello di Peppino rivolto al presidente della Sicilia Crocetta per salvare il simbolo di una nuova Sicilia, segue la presentazione un cortometraggio illustrato, “Munizza“, visualizzabile in rete, realizzato da Licio Esposito in collaborazione con Marta Del Prato, liberamente tratto dall’omonimo racconto di Andrea Satta scritto, nel 2008, in occasione del 30esimo anniversario dell’esecuzione del giornalista Peppino Impastato e una petizione online sul sito di Radio Centopassi, per restituire quel bene alla tutela che merita.

redazioneIconfronti

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