Gio. Giu 20th, 2019

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Inedito / Il regista Prisco: i miei tre incontri con Moro

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Quella sera del '72 in sala per il mio film "Stress" / di Corrado Prisco
di Corrado Prisco

Il mio primo incontro con Aldo Moro
Era il 28 luglio del 1972. Al Cinema Roxi di via Luciani, a Roma, proiettavano il mio film “Stress” con Lou Castel, Salvo Randone, Leopoldo Trieste e Delia Boccardo. Quel giorno particolarmente afoso andai anch’io a quel cinema (oggi non esiste più) per rivedere il film, accompagnato da Domenico Meccoli, in quegli anni, critico cinematografico di Epoca.
La proiezione era appena iniziata, scorrevano i titoli di testa; a un tratto, nella penombra della sala, inconfondibile nella sua sagoma, appare Aldo Moro: solo, apparentemente senza scorta, percorre il corridoio centrale e si siede in un posto libero, proprio nella fila davanti alla nostra.
Moro, che era un appassionato cinefilo, seguì il film con molta attenzione. Forse era venuto perché incuriosito dalla pubblicità, che così recitava: “Dopo questo film Lou Castel è stato espulso dall’Italia”.
Lou Castel era al tempo un attore particolarmente impegnato come attivista della sinistra maoista. Mi fu raccontato che, dopo ogni film, con una parte dei suoi compensi faceva stampare migliaia di copie del libretto rosso di Mao, che andava poi a distribuire nel sud Italia, volendo fomentare, come Carlo Pisacane, la rivolta delle classi oppresse del Mezzogiorno. Aveva persino aderito alla formazione maoista Servire il popolo, formata da gruppi di fuoriusciti dal Movimento studentesco. Proprio per questi fatti, era stato dichiarato indesiderabile, allontanato dall’Italia proprio in quello stesso 1972 e messo su un aereo per Stoccolma.
Nell’intervallo, quando in sala si accesero le luci, Moro, apparve assorto, con il volto sorretto da una mano. Poi estrasse dalla tasca della giacca un foglio ripiegato e iniziò a scrivere. Meccoli allungò lo sguardo, tentando di leggere e carpirgli chissà quali segreti. Mi riferì di essere riuscito a scorgere la parola “dimissioni”.
Sarà stato vero? Chissà. Fatto sta che il giorno dopo, il 29 luglio, Aldo Moro, Ministro degli Esteri, si dimise, facendo cadere il governo Andreotti. Volevo salutarlo e dirgli: “Presidente, sono il regista del film”. Ma andò via con passo felpato a sala ancora buia, prima ancora della conclusione dei titoli di coda.

Il regista Prisco tra Zeffirelli e Pavarotti
Il regista Prisco tra Zeffirelli e Pavarotti

Il mio secondo incontro con Aldo Moro
Al cinema Farnese in Campo dei Fiori a Roma, proiettavano “Il grande dittatore” di Charlie Chaplin. In quegli anni bui, insanguinati dal terrorismo nero e rosso, il Farnese era un locale frequentato esclusivamente da giovani “incazzati” di Lotta continua, Potere operaio e frange estreme del Movimento studentesco. Come nella precedente occasione, a film iniziato, mentre ancora scorrevano i titoli, dalla penombra della sala, con mia grande sorpresa − soprattutto per la particolarità del luogo, estremamente off limits per chi non fosse stato “rosso” − sbuca Aldo Moro. Un’apparizione. Anche questa volta solo e, a prima vista, senza scorta. Si accomodò in una poltrona poco avanti. Così come al Roxi, aveva scelto un posto lato corridoio. Mi venne subito da pensare: quando si accenderanno le luci accadrà il finimondo. Pensai così di avvertirlo: “Presidente qui è pericoloso. Ne va della sua incolumità” Ma avrei peccato di ingenuità. Moro sapeva bene bene dove si trovava.
A luci accese mi dovetti ricredere. Con mia sorpresa, durante l’intervallo, il pubblico, di solito molto esuberante e rumoroso, restò incomprensibilmente silenzioso. Indifferente. Ostentatamente indifferente, per quella presenza inaspettata e insolita. Solo qualche bisbiglio. Anche l’uomo che vendeva “gelati, bomboniere, patatine, pop corn” aveva attenuato il tono della voce…
Perché? Forse era prevalso quasi un senso di “democratico” rispetto per il nemico, che era entrato senza scorta (disarmato) nel “covo” dei comunisti, per condividere la lezione di un grande maestro del cinema.

Il mio terzo incontro con Moro
Rividi Aldo Moro dopo un qualche anno: era il 15 marzo 1978. Le idi di marzo, mi venne poi da pensare, dopo i tragici fatti. Era una giornata primaverile. Mi dirigevo verso via Nizza, alla sede dell’Enpals, e incrociai  Moro in via Savoia, ove, in un piano rialzato, aveva il suo ufficio.
Passeggiava sotto lo sguardo vigile della scorta, conversando col dott. Nicola Rana, suo storico segretario particolare.
La mattina successiva, 16 marzo 1978, giorno in cui il nuovo Governo, guidato da Giulio Andreotti stava per essere presentato in Parlamento per ottenere la fiducia, l’auto che trasportava Aldo Moro dalla sua abitazione all’Università la Sapienza, sarebbe stata intercettata in via Fani da un nucleo armato delle Brigate Rosse. Il resto è storia. Una storia che ha distrutto la vita di un grande uomo e ha diviso in due quella del nostro stesso Paese.

Tratto da: Fondazione Italia

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