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Inferno Ilva. Ripreso a Taranto il maxi processo “Ambiente svenduto”

Inferno Ilva. Ripreso a Taranto il maxi processo “Ambiente svenduto”
di Roberta Grendene
Roberta Grendene

Roberta Grendene

Bastava un’overdose di buonsenso, invece lo sballo è arrivato con l’ inganno, il potere, il ricatto e forse tante banconote servite con caviale e champagne.
Poi, inevitabile, il mostro davanti. Gigante, armato di corazza e per occhi due grandi nubi rosse cariche di polvere di ferro.
Delirio? Allucinazione? No.
L’Ilva di Taranto.
Una storia sporca. Di carcasse umane che oggi invocano giustizia. Sotto il cielo nero di una città punita.
Dai Riva, dalla Regione, da chi sapeva. E ha scelto il silenzio, assordante, per un rito di morte annunciata.
Ma ora arriva il conto. Scritto con il sangue pieno di piombo.
 Una lista infinita di nomi. Come dimostra la perizia epidemiologica disposta dalla Procura di Taranto nel 2012, due anni dopo l’inizio delle indagini, che contava una media di oltre mille decessi all’anno. Perchè il valore della diossina prodotta dall’Ilva, stando ai dati forniti dal registro INES, era triplicato in poco tempo, passando da un valore di emissione nazionale pari al 30,6% nel 2002 fino a raggiungere il 92% nel 2006.
Il 17 maggio scorso il processo “Ambiente Svenduto” è ripartito. Accuse gravissime. Associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale, avvelenamento di sostanze alimentari, e omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro. Tra i banchi degli imputati, oltre alla famiglia Riva e a tutti gli ex dirigenti dello stabilimento, l’ex sindaco di Taranto Ignazio Stefàno, l’ex presidente della Provincia Gianni Florido, l’ex Presidente di Arpa Puglia Giorgio Assennato, l’ex governatore della Puglia Nichi Vendola e l’ex assessore regionale Nicola Fratoianni.
La Corte d’Assise di Taranto adesso ha la responsabilità di restituire la dignitá ad una città vittima di un sistema, quello legato alla siderurgia e all’industria pesante, malato. Di un male incurabile, che porta inevitabilmente alla morte. Proprio come gli operai dell’Ilva, che il dolore lo avevano dentro e anche fuori. Internamente scavava fino a togliere loro il fiato, all’esterno si tramutava in dubbi e domande senza risposte. Perchè la classe economica e politica del Paese ha pensato bene di legiferare decreti salva-azienda per salvaguardare la produzione nelle fabbriche, senza mai preoccuparsi dei cittadini. Così alla sofferenza si è aggiunto l’abbandono. Tra evidenti conflitti di interesse, come nel caso Bondi durante il governo Letta e il ricatto occupazionale oggi , con Matteo Renzi e la sua “tribù del Job”  schierati contro l’attuale Presidente della Regione Michele Emiliano che non vuole la sua Puglia sporca. E pulita la terra la vogliono anche Vincenzo e Vittorio Fornaro, allevatori da generazioni e proprietari di una masseria poco distante dall’Ilva. Hanno perso tutto. Terreni e bestiame. Avvelenati dalla diossina, dal piombo, dal cesio, dal plutonio e dal nichel. E dall’omertà istituzionale che fin dall’inizio di questa brutta storia ha regnato sovrana. Ma i fratelli Fornaro non si sono arresi e hanno deciso di ricominciare. Dalla loro terra. Decontaminandola. Con la cannabis.
 Un progetto pionieristico di fitorisanamento a bassissimo costo che sta già coinvolgendo altri contadini della zona. Uniti, forti, ma ancora soli perchè i fondi comunitari all’agricoltura sono destinati alla produzione alimentare. Ma cosa puó nascere da quei terreni infetti?
Paragonare Taranto a Chernobyl è inevitabile. Ma il confronto fa paura.
Perchè l’esplosione del reattore numero 4 avvenuta quel 26 aprile 1986 è la più grave tragedia nucleare nella storia dell’umanità. Lì il governo costrinse all’evacuazione migliaia di persone e vietó con un decreto immediato le coltivazioni in tutti i campi della regione. Dopo qualche anno l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica fece esaminare i terreni distanti fino a cento chilometri dalla centrale nucleare; i risultati evidenziarono la presenza di plutonio, di cesio e di stronzio. Sostanze fatali per la salute umana. Da quel momento in poi iniziarono le opere di messa in sicurezza per tutta l’area contaminata, introducendo colture resistenti alle tossine. Fu il primo esempio di bonifica ambientale fatta con la cannabis.
A Chernobyl lo Stato c’era. A Taranto non si è visto. Sta a Strasburgo. Alla sbarra.

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