Italia-Spagna: una finale che può cambiare la faccia non solo al calcio


di Enzo Casciello
Foto: adnkronos.com

Il pallone rotola esattamente come una monetina lanciata con superficiale disinvoltura. Alle impensabili traiettorie dell’uno e dell’altra soprassiede il Fato. L’inossidabile concetto vacillò nel 1968. Terza edizione degli Europei di calcio, paese ospitante l’Italia. La nazionale azzurra in semifinale non riesce a piegare l’ostinata Urss, va avanti chi vince il sorteggio. È il cinque giugno, si gioca al San Paolo di Napoli. Le operazioni del lancio della monetina avvengono nel chiuso degli spogliatoi. Testa o croce affidate alla mano del formidabile arbitro tedesco Tschenscher. Pettegolezzi tipicamente napoletani sussurrano che la monetina non viene vista atterrare, ma la faccia vincente è quella scelta dall’Italia. All’ammutolito e chissà quanto fiducioso pubblico la vittoria è comunicata dal capitano Facchetti. Giacintone sbuca dal sottopassaggio braccia al cielo. Abbiamo vinto, siamo in finale a Roma, ce la vediamo con la Jugoslavia, grande multinazionale con geniacci serbi, croati, sloveni, dalmati e montenegrini tenuti insieme dal maresciallo Tito. Successivamente una punta di malizia permise di sostenere che a Napoli non esiste solo il gioco delle tre carte, ma anche quello delle due monetine…
Gli azzurri ottennero l’unica vittoria in un Europeo battendo gli avversari nella ripetizione della gara. All’epoca la lotteria dei rigori non era ancora in voga.
A distanza di 44 anni la possibilità del bis cade ora contro la Spagna. Una prima fu sprecata nel 2000. Il golden gol di David Trezeguet ci fu fatale, ma questa è storia abbastanza fresca.
Quel trionfo maturò in un clima di relativa serenità nel Belpaese. La constestazione giovanile muoveva i primi passi, la Balena Bianca governava con stampelle solide, insomma l’Italia era solo alla vigilia di stagioni epocali e si beava con Carosello, Battisti, Mina e il rock sfuso e a pacchetti. Niente che suggerisse di strumentalizzare la vittoria della nazionale di calcio, niente che permettesse accostamenti di altri pianeti a quello già dorato del dio pallone. E uno dei più intuitivi aforismi di Ennio Flaiano (gli italiani accorrono in soccorso del vincitore) godeva di marginale applicazione.
Eppure lo sport si è spesso prestato alla politica per grandi operazioni di propaganda o per la divulgazione di idee e messaggi. Si pensi alla vittoria dell’Italia ai mondiali del 1934 nell’Italia fascista e all’Olimpiade di Berlino del 1936. A quei regimi fu facile e conveniente cavalcare gli eventi sportivi. Già in quegli anni una faccia vincente era un fenomeno da sfruttare. Primo Carnera veniva immortalato con i guantoni, certo, ma anche nell’impeccabile saluto fascista. Il gigante di Sequals (ora in provincia di Pordenone, poche anime, per buona metà tutte casa, chiesa e Dux) venne tenuto in piedi dalla propaganda fascista anche quando sul ring le buscava dal primo arrivato.
Sport e politica in stretta correlazione anche nel 1948. Il 14 luglio un attentato a Palmiro Togliatti rischiò di far scivolare il paese in una spirale di violenza. Si disse e si scrisse che a stemperare le tensioni contribuì in buona parte il successo di Gino Bartali in una tappa del Tour de France. Un’icona quasi alla Che Guevara è il pugno chiuso, a capo chino, degli atleti di colore all’Olimpiade del 1972 durante la cerimonia di premiazione.
Col passare degli anni il ruolo sempre più decisivo della comunicazione – o necessità di apparire, sempre e comunque – ha contagiato la classe politica e in genere uomini in vista, dello spettacolo, delle arti, dei mestieri, della finanza. Così si è passati dalla felicissima pipa di Sandro Pertini al Mundial ’82 alle facce di bronzo di tanti figuranti che non vedono l’ora di fare un giro di campo col presidente di una squadra vincitrice anche di un torneo parrocchiale. Le invasioni di campo sono all’ordine del giorno per la gioia del giornalismo più gossiparo possibile. Parlano tutti, pur senza averne titolo, e si vedono assicurata la cassa di risonanza. L’importante è che vi sia un riferimento sportivo – preferibilmente calcistico – di grande attualità. E passi per qualche sindaco di città europee, al quale pure spetta una minima passerella, ma non vi è anima beata che non tragga spunto da un gol o da un episodio eclatante collegato a un campo in erba. Giuseppe Narducci, pm nel processo napoletano a Calciopoli – sì, proprio quello del “piaccia o non piaccia agli imputati, ma non vi sono intercettazioni a carico dell’Inter” – ha recentemente dichiarato che Buffon e Bonucci non avrebbero dovuto partecipare alla rassegna continentale per il caso (ancora tutto da verificare) delle scommesse. La sua crociata giustizialista ha comunque colto nel segno: opportuna pubblicità al suo libro su Calciopoli e chissenefrega se ha lasciato in braghe di tela il sindaco De Magistris, suo ultimo mentore. Il calcio fa più rumore di un assessorato, specie se è in corso un Europeo.
Gli argomenti non mancano e la stampa sportiva vi attinge a piene mani, sorpresa di non dover raccontare soltanto l’ortodossia calcistica. Un tormentone è in arrivo se la nazionale di Prandelli diventa campione, altro che Scipione o Caronte. Farà davvero caldo per capire come mai gli azzurri riescano sempre a primeggiare nel bel mezzo di uno scandalo (Calciopoli per la vittoria mondiale a Berlino nel 2006 e Scommessopoli ora, se matiamo le Furie Rosse). Come se non bastassero tutti gli accostamenti al delicato momento dell’euro già estirpati da qualche confronto (Germania-Grecia, vero?), si fa a gara tra chi riesce a tenere lo spread più basso. E come a una bocciofila di periferia i dilettanti non mancano. Poco importa se a centrocampo Pirlo regge benissimo il confronto con gli straordinari palleggiatori spagnoli Xavi e Iniesta e se in attacco noi abbiamo fantasia-Cassano e potenza-Balotelli (foto) in netto vantaggio sull’omologo reparto avversario. Bisogna andare oltre e perciò la vittoria sui tedeschi ha suggerito al Giornale di Sallusti e Feltri un titolo degno di una camerata di soldati ai tempi del nonnismo: ciao culona. La Merkel è servita. E poi dicono che il Cavaliere non ha insegnato niente!

redazioneIconfronti

2 pensieri su “Italia-Spagna: una finale che può cambiare la faccia non solo al calcio

  1. Una penna unica, una cultura impagabile, un modo di dire le cose con chiarezza e determinazione fanno di Enzo Casciello un giornalista eccezionale. Quest’articolo ne è la testimonianza e sfido chiunque a trovare sui quotidiani recenti uno che abbia saputo fare la stessa analisi e tracciare le stesse linee conduttrici. Bravo, Casciello, ad maiora!

  2. Un pezzo-affresco così non si legge facilmente nemmeno sul Corriere della Sera.
    Ma l’autore è il Casciello della redazione sportiva del Mattino (di circa 20 anni fa)?

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