Gio. Lug 18th, 2019

I Confronti

Inserto di SalernoSera

Italiani ancora sudditi (di un dio minore)

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La comunicazione del premier come politica estrema / di Beatrice Benocci
di Beatrice Benocci
Beatrice Benocci
Beatrice Benocci

Il voto per il referendum, con il suo esito già scritto, ha finito per sciogliere quei pensieri aggrovigliati che mi perseguitavano da qualche tempo. Quel senso di fastidio che provavo a ogni ultima esternazione del premier ha preso la giusta dimensione e ha trovato una precisa collocazione. Partiamo dall’inizio. Ogni qualvolta che Renzi riproponeva la narrazione di un’Italia bella, vincente, competitiva e acculturata io mi domandavo, ma a chi parla? Di quale paese parla? Senza togliere i meriti ascrivibili a questa compagine politica, il paese è sicuramente bello, ma non vincente, nemmeno competitivo e forse mediamente acculturato. E qui mi fermo per non entrare in temi che ho già trattato e sui quali vorrei tornare con maggiore calma. Torno alla prima domanda: a chi parla? A quale cittadino comunica i suoi propositi o progetti? Soprattutto, a chi narra la sua Italia ideale, lontana dalla realtà? Forse a colui a cui ha detto di non andare a votare per il referendum? A colui che non si informa e non conosce i dati? A colui che rinuncia al sacrosanto diritto di esercitare i suoi diritti politici e civili? È questo il punto fondamentale. Quale idea ha Renzi dei suoi cittadini? Sicuramente il paese su certi temi è molto più avanti della sua classe politica, anche quella rappresentata da Renzi. Ancora una volta però sembrano ritornare pruriti antichi. Una certa sufficienza di sinistra che ritiene che il popolo debba essere indirizzato, poiché ignorante, e una certa cultura di destra che non si preoccupa di informare il cittadino, bensì si affanna a pilotarlo verso scelte congeniali alla casta.

È possibile che a distanza di quasi 70 anni dalla nascita della Repubblica la classe politica italiana ritenga di dover ancora “non dire” agli italiani? È possibile che ancora oggi il popolo italiano sia considerato “sotto tutela”? Dov’è il problema nel comunicare i dati reali? Possiamo permetterci ancora un sistema sanitario, una scuola e una università pubblica, un sistema di Welfare? E ancora, perché non si chiede al paese quale tipo di sviluppo desidera? Quale Italia desiderano gli italiani? Forse, l’antica e asfittica idea di un’Italia industrializzata ha lasciato spazio a un’Italia green, dedita al turismo e alla conservazione del patrimonio storico-artistico? Forse.

Se la politica non chiede, a loro volta gli italiani non chiedono e non pretendono. E da qui deriva un’ulteriore considerazione. Il rovescio della medaglia. Perché il cittadino italiano rinuncia così facilmente al suo sacrosanto diritto di esprimere un voto, che non è un semplice voto, ma è esso stesso indirizzo per il governo, strumento di cambiamento o anche di condivisione delle politiche espresse dalla maggioranza che governa il paese. Non comprende il cittadino, che è proprio in questo suo atteggiamento lasco e rinunciatario, troppo spesso indifferente all’esercizio dei doveri di cittadinanza, che si radicano i convincimenti di quella parte della politica che vuole indirizzare il paese verso scelte non condivise e a volte non necessarie.

In occasione del referendum sulle trivelle, il punto non era votare sì o no. Il punto era esercitare un diritto/dovere fondamentale per la salvaguardia della democrazia, che esiste solo nella misura in cui viene esercitata costantemente e liberamente. Altrimenti non siamo cittadini, siamo sudditi, pronti ad assecondare i capricci, anche incostituzionali, del premier di turno.

In copertina, Renzi simbolo di inquietante ottimismo

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