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Itinerari & Scoperte / 2

Itinerari & Scoperte / 2

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Cilento di miti e tuttesauriti
Roccagloriosa, San Giovanni a Piro e Scario

Terzo giorno di viaggio

Sveglia di buon mattino, la calura è tanta, pari almeno all’aspettativa di un’altra giornata da raccontare. Si parte per raggiungere il Cilento interno e si ripassa per Licusati, proseguendo tra i castagneti e le strade a strapiombo del Monte Bulgheria. Tra le rocce si scorge una misteriosa rocca; si decide di fare una sosta e si scopre di avere così raggiunto due buoni risultati. C’è un contadino che, al riparo di un ombrellone da mare, vende fichi freschi. Conviene acquistarne una buona quantità, visto che sono naturalmente buonissimi oltre che economici. Oltre il palato viene poi appagata anche la curiosità: la rocca è chiamata il Castelluccio, ci svela il contadino. Sembra quasi fissata a cilindro sulle fortificazioni del castello diroccato e prosegue fino alla valle del Mingardo. Ci si vorrebbe inerpicare ma il contadino lo sconsiglia. Di questi tempi non mancano le vipere e non è il caso di sfidare la sorte. Meglio allora continuare e risalire il fiume.

Il villaggio abbandonato di S. Severino di Centola (foto Vito Coppola)

D’improvviso si scorgono sulla sinistra i ruderi di un castello: è il suggestivo borgo medioevale di San Severino di Centola, uno dei villaggi abbandonati del Cilento, le cui pietre sono la malinconica testimonianza di un’antica società ed economia agro-silvo-pastorale che oggi non esiste più.
Avanzando tra le valli del Mingardo e del Bussento al primo promontorio si scorge il Golfo di Policastro. Appare maestoso, più grande di quanto non sia, tanto vicino eppure distante. E da lì, da quella distanza, si intuisce fino a che punto i cilentani siano uomini più di terra che di mare o forse tutti e due insieme, capaci di sopportare il sudore e la fatica dei campi e delle reti, della polvere e della salsedine, con i loro volti levigati dal vento e induriti dal sole.
Si riparte e, dopo qualche chilometro, una freccia indica Roccagloriosa. Il toponimo suscita curiosità, non si può evitare di seguirne il richiamo e la scelta si rivela vincente. Il centro in cui si arriva è ricco di edifici storici e offre squarci paesaggistici notevoli, ma sono quasi le tredici, in giro non c’è quasi più nessuno, sotto la calura estiva. Ci sono due chiese in cui volentieri si cercherebbe ristoro e frescura, ma per visitarle si deve attendere il pomeriggio. La guida racconta trattarsi di antichi luoghi di culto, Santa Maria Greca e Santa Maria dei Martiri, e riporta anche la cappella di Sant’Angelo, che custodisce una “Ultima cena” della seconda metà del XVIII secolo, opera di Salvatore Mollo, della scuola napoletana. Si deve aspettare la riapertura, anche in questo caso ed è quindi meglio rassegnarsi a cercare un posto dove pranzare.

Roccagloriosa, parco archeologico

Poco distante dal centro si scorge per fortuna un ristorante che ha tra le proprie specialità della ricotta servita calda, pasta fatta in casa, carne e insaccati. Il cibo è davvero molto buono e i prezzi si rivelano sorprendenti per la loro convenienza. Dopo il caffè, arriva finalmente l’ora giusta per visitare le due chiese e ammirare anche l’“Ultima cena” di Mollo. Non si può però dimenticare di fare un salto al locale Antiquarium – scopriamo che ce n’è uno anche qui – ubicato dove un tempo c’era il municipio di Roccagloriosa. È meno ricco di quello di Palinuro, possiede un’unica sezione con pochi reperti provenienti in buona parte da quanto recuperato nella vicina frazione Vanzi, a un paio di chilometri dal centro abitato. Raggiungendo quest’ultima si ha però subito la conferma di quanto sia importante anche i piccoli centri recuperare il passato, trasformando le proprie memorie storiche in fonti di nuova ricchezza. A Vanzi ci sono infatti i resti di un antico centro, con abitazioni risalenti al IV secolo a.C., mentre nella vicina frazione di Scala sono state recuperate e restaurate tre tombe dello spesso periodo storico. Un patrimonio inestimabile di cui ancora troppo pochi conoscono l’esistenza.
Si è fatto tardi e conviene raggiungere il Golfo di Policastro prima che cali il buio, soprattutto per evitare i pericoli della strada tortuosa che digrada verso la costa dal Monte Bulgheria. Si attraversa così anche Torre Orsaia, velocemente, ma il centro storico appare in tutto il suo fascino: bisogna tornarci, magari con una puntatina da Sapri o Scario, dove si può pernottare.

San Giovanni a Piro, Santuario di Pietrasanta

Non c’è però neppure il tempo di pensare se fermarsi o no, ché subito ci si ritrova a San Giovanni a Piro. Qui la mano dell’uomo non è passata senza conseguenze: lo si intuisce guardando verso la costa e la bellissima Scario, ribattezzata negli anni Ottanta come la “Portofino del Sud”. Guardandola ora, con le sue calette fin troppo scoperte e prese d’assalto negli ultimi anni, ci si accorge però che la denominazione è solo un lontano ricordo: il paragone con Portofino più che improprio appare ormai azzardato. Ma lo sguardo corre verso il mare, sino ad abbracciare un più ampio paesaggio, dove appaiono Punta degli Infreschi e, all’estremo confine orientale della provincia di Salerno, Sapri.

Il porticciolo di Scario

Il viaggio si conclude qui, almeno per ora. Tra passeggiate, storia, miti, bellezze paesaggistiche e gusti della cucina cilentana, ci si può per ora accontentare, facendo ritorno a casa con un bel “pieno” di vissuto. E si scoprirà che in soli tre giorni ci si può sentire riconciliati con sé stessi, con il mondo e con Dio.

Indicazioni stradali

Due le alternative, una volta raggiunta Salerno: continuare per la Salerno-Reggio Calabria fino all’uscita Battipaglia, proseguire sulla Statale 18 fino a Casalvelino per poi continuare sulla Statale 447 seguendo le indicazioni Castelnuovo Cilento e poi Pisciotta o raggiungere la stessa Statale 447 attraverso la nuova strada Aversana (uscita sulla tangenziale di Salerno) per poi insistere sulla strada litoranea fino a Paestum, Agropoli e poi la superstrada con specifica uscita Palinuro-Pisciotta.

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