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Jouvet non si addice a Servillo

Jouvet non si addice a Servillo
Elvira (Elvire Jouvet 40)
di Brigitte Jaques
da Molière e la commedia classica
di Louis Jouvet (tr. di Giuseppe Montesano)
con Toni Servillo, Petra Valentini,
Francesco Marino, Davide Cirri
regia di Toni Servillo
di Francesco Tozza

Nella Parigi del 1940, in piena guerra, Louis Jouvet, grande regista nonché attore teatrale e cinematografico, tenne al Conservatoire National d’Art Dramatique sette lezioni, stenografate da una sua assistente, successivamente rielaborate dalla regista francese Brigitte Jaques per essere portate sulle scene francesi nel 1986 e subito dopo anche in Italia, peraltro inaugurando così una nuova sede del Piccolo di Milano (il Teatro Studio) con uno spettacolo fascinosamente cucitovi da Giorgio Strehler. Protagonista, nei panni di Jouvet, lo stesso Strehler, in compagnia di alcuni giovani attori della scuola del Piccolo, mentre l’ottima Giulia Lazzarini ricopriva il non facile ruolo di Claudia: lei, così brava, nelle vesti di una giovane allieva, dalla recitazione ancora acerba, fondamentalmente destinataria di quelle lezioni. Le quali vertevano in sostanza (ma erano anche un saggio di etica teatrale) sul Don Giovanni di Molière, in particolare sulla scena sesta del quarto atto, in cui Donna Elvira cerca di dissuadere il celebre libertino dalla sua condotta peccaminosa, rendendone possibile la redenzione. Ottimo spettacolo – quello – fortunatamente consegnato dalla tecnologia (a volte davvero una manna!) a futura memoria, in un perfetto DVD.
L’idea non peregrina di riprendere quelle lezioni, in una nuova traduzione, con alcuni tagli (emblematici tuttavia!), e senza quelle riflessioni del grande regista francese che Strehler faceva sue in un sapiente e affascinante gioco metateatrale, è venuta anche a Toni Servillo. Con risultati diversi però (il che è normale!), e assai meno convincenti purtroppo, da parte di un attore che altre volte a teatro (a prescindere dai rilevanti esordi sperimentali, nonché dalle ben più note e sempre prestigiose prove cinematografiche, che hanno forse il solo torto di offrire ormai la stessa maschera) ha dato interpretazioni di sicura professionalità: originale e autonomo nel leggere Eduardo, amabilmente razionale nell’accostarsi a Molière e Marivaux, sin troppo lucido nel sintetico approccio alla Trilogia della villeggiatura goldoniana, della quale il grande Massimo Castri aveva appena liberato, o forse rivelato, l’affascinante dimensione romantica.
Ma questa volta l’impresa era più ardua: bisognava offrire non più personaggi, ma pensiero teatrale; fare, forse, anche un primo bilancio del proprio modo di fare teatro, attraverso le parole di un grande maestro, e chiedersi, con lui, perché continuare a farlo. Era questo che chiedeva il testo, e Jouvet, attraverso le sue lezioni: non l’ennesimo saggio di recitazione teatrale, l’esplicitazione dei suoi trucchi più o meno segreti per i profani, i tecnicismi per renderla più efficace alla fruizione degli spettatori; ma un atto di profonda, magari anche dolorosa, riflessione, una dimostrazione d’amore verso un linguaggio che da duemila e più anni ci accompagna in vario modo e del quale ancora non riusciamo a fare a meno.
Questo Servillo non l’ha capito, o forse non l’ha voluto capire, giocando fin dalle prime battute sulla sapiente arte oratoria dell’attore, non sul mistero di una presenza che sul palcoscenico si rinnova perché esprime un’esigenza di verità attraverso la finzione. A meno che, con quella fastidiosa retorica impressa alla sua recitazione, retorica al quadrato per chi doveva esprimere – recitando – il come deve recitarsi, abbia voluto dichiarare ormai la sua mancanza di fiducia (di già?) nel teatro, il suo attuale disappunto di fronte alla finzione che esso platealmente sfodera, la menzogna della verità che esso proclama di offrire proprio attraverso quella evidente finzione.
Ma anche per dire questo, da parte di chi il teatro lo fa (o dovrebbe farlo ormai) per passione, non certo per necessità, ci voleva ben altro pathos, almeno qualche frammento di discorso amoroso, là dove invece domina ormai – e si avverte – solo la routine.
Ancora una volta restano inevase, tristemente sospese nelle maglie dell’ennesimo spettacolo fine a se stesso, le domande che furono di Jouvet e sono ancora le nostre: “Cosa è il teatro? Perché si va ancora a teatro? Perché si continua a farlo?”.

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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