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L’8 marzo ce lo ricorda: la libertà è una lotta

L’8 marzo ce lo ricorda: la libertà è una lotta
di Rosaria Fortuna

L’otto marzo è un po’ come Natale e Pasqua, una festa comandata che, durante l’anno, si diluisce nella noncuranza di un tempo che sembra inghiottire affetti, desideri, bisogni. Ho pensato, in questi giorni, a tre persone: due donne americane e una italiana: Angela Davis, Nora Ephron e Lea Melandri, che hanno cercato attraverso il loro lavoro di restituire centralità alle donne. Un filo le unisce: quello della scrittura e della cultura. Serve renderlo visibile, questo filo, ci permette di capire come fare meglio di fronte alle continue violenze sulle donne, violenze che culminano spesso in eventi delittuosi.
Angela Davis, di cui l’otto marzo esce un libro dal titolo “La libertà è una lotta costante”, libro  pubblicato dalla casa editrice Ponte delle Grazie, è il tassello più importante di questo puzzle, perché è quella che più ha inserito il discorso della condizione femminile all’interno di un contesto globale. Di Angela Davis, attivista comunista, leader delle Black Panther e anche protagonista di canzoni che vanno dal Quartetto Cetra, a John Lennon, ai Rolling Stone e a Francesco De Gregori, immortalata  da Renato Guttuso nel suo quadro “I funerali di Togliatti’, l’università di Harvard ha acquistato l’intero archivio proprio per rimarcarne l’importanza dei suoi messaggi. Di fatto, la Davis ha dimostrato che tutte le lotte per un mondo più uguale, sono parte di uno stesso processo volto al miglioramento della realtà. Che siano lotte per la libertà, per i diritti civili, per l’inclusione delle minoranze etniche, delle donne, dei gay, o per i diritti dei lavoratori, sono sempre lotte civicamente uguali. Uguali per le realtà a cui attengono ed è proprio per questa ragione sono tra loro interdipendenti. Da qui la interconnessione: “È impossibile raccontare davvero quella che si ritiene la propria storia, senza conoscere la storia degli altri. E spesso scopriamo che le storie degli altri sono le nostre.” Tutto questo era ben chiaro a Nora Ephron: sceneggiatrice, scrittrice, giornalista, regista, famosa, soprattutto, per il film “Harry ti presento Sally”, al punto da farle intrecciare la sua storia personale con quella della scrittura, per una sorta di comunione e di circolarità di intenti, situazione intima che è propria di chi riconosce l’importanza di una comunità per superare i problemi di ognuno.

Angela Davis

Angela Davis

Se la Davis guarda al mondo attraverso l’eguaglianza dei diritti, la Ephron usa se stessa come esperimento sociale, attraverso tematiche semplici: gli affetti, il lavoro, il dolore, la cucina, la cura, cura che è sempre prima di tutto cura di sé e poi apertura agli altri. Nora Ephron ci ha raccontato che amare è un esercizio costante e che non bisogna mai arrendersi al disamore, una forma di violenza strisciante. Ha anche svelato agli uomini che le donne fingono a letto, creando così i presupposti per una comunicazione uomo/donna più profonda e paritaria.
Lea Melandri, la scorsa settimana, a fronte dei continui episodi di violenza nei confronti delle donne in Italia, ha con lucidità tracciato su “Internazionale” il quadro di una condizione femminile ancora subalterna, anche e soprattutto per colpa delle donne, donne che sembrano non voler accettare di essere cresciute, grazie all’indipendenza economica. La Melandri parte dal presupposto che le donne non si sono sganciate, del tutto, da un’idea del maschile che le “contiene” e che le rende sempre e solo “parte”, talvolta nemmeno consapevole, e che nemmeno lontanamente approda alla leggerezza esistenziale di una Nora Ephron o alla determinazione di una Angela Davis. E come se il microcosmo degli affetti le bloccasse sempre e comunque. Una cosa che anche Lea Melandri ha combattuto per tutta la vita con la scrittura e con un’esperienza di vita aperta e sempre protesa alla ricerca di nuove opportunità per tutti, uomini e donne. Senza esclusione. Malgrado questo la Melandri ci dice che gli omicidi e le violenze sulle donne, sempre più in aumento, testimoniano un’incapacità assoluta di dare voce alle frustrazioni e all’abbandono da parte degli uomini, nonostante la capacità delle donne di mettere fine a relazioni malate, anche se con difficoltà, per la mancanza di una rete sociale di protezione. Come chiudere questo pezzo? Con un piccolo racconto dal titolo: “Neve” visto che il filo che accomuna queste tre donne è la continua ri/scrittura di sé. Non servono molte parole per descrivere le situazioni al limite. Basta abbozzare un ritratto di profonda infelicità, infelicità che è sempre soggettiva e che come un’ombra proiettiamo sull’altro, al punto di annientarlo. Del resto il male ci appare sempre con più evidenza, solo che lo rimuoviamo perché ci sentiremmo fragili e nudi a comprenderlo.

Neve

Fu tutto pianto e un grido acuto che squarciò l’aria. Luca si svegliò di colpo. Toccò il letto dal lato di Laura, d’istinto, come era abituato a fare ogni volta che non la sentiva al suo fianco. Si alzò e uscì in giardino. Affondò i piedi nudi nella neve, senza sentirne il freddo soffice. Corse per i tredici ettari che circondavano la casa sull’Amiata. Laura era davanti al cancello, sembrava dormisse, il cane le stava accanto. Le toccò le mani, ricaddero inerti. Non c’era sangue e tutt’intorno il silenzio era innaturale. Le sabbie mobili della neve avevano inghiottito anche lui.
Una statua gelida, in parte viva, intravide Maria dalla strada. Maria e Laura andavano a correre ogni mattina, e come tutte le mattine Maria arrivò. Iniziò a scuotere Luca, mentre con il braccio sinistro lo trascinava verso casa. Con molta fatica varcò la soglia insieme ad un Luca rattrappito, assente. Si diresse verso il bagno e urlò in maniera così violenta che Luca sembrò svegliarsi, come se un click fosse partito nel suo cervello.
“Erano mesi che voleva andare via e che me lo ripeteva. Ieri sera quando sono tornato a casa l’ho trovata con le valige pronte”. Mi ha detto: “Vado da Maria”. Mentre lo diceva era serena,  come l’avevo vista solo il giorno del matrimonio. Ho afferrato il piccolo Napoleone, che fa da fermaporta nella nostra camera da letto e gliel’ho appoggiato alle tempie. È caduta sul tappeto senza fare rumore. L’ho presa in braccio e l’ho messa nella vasca da bagno. Quando  l’ultima traccia di vita era fuori da lei, l’ho lavata e le ho messo addosso la sua vestaglia di seta preferita, l’ho ripresa tra le braccia e l’ho deposta sulla neve. Non l’avrebbe macchiata.

 

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