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“La badante” di Collura

“La badante” di Collura

La badante di Matteo Collura

Longanesi, pp. 207

di Giuseppe Amoroso

la-badante-693x1024 (1)Sollecito, nella sua molteplice e importante produzione narrativa (partita dall’ormai classico romanzo, Associazione indigenti, del ’79, che ha avuto l’avallo di Calvino e che ha segnato una svolta decisiva, iniettando linfe stilistiche trasfigurate in aree più creative, nel roccioso e spesso grigio itinerario del Neorealismo), a cogliere i più assillanti problemi esistenziali, Matteo Collura ha inteso trascrivere ambienti e personaggi su cartoni di ardita sintonia con la distribuzione delle storie. Da qui anche si muovono traiettorie di immagini simboliche di stati d’animo che appaiono immersi  in inquietudini profonde, ansie e passioni e indistinte attese di fatti nuovi dal lancinante sapore dell’agguato. L’autore vuole esplorare il segreto che è dentro, nel cuore delle azioni, e anche un gesto labile, uno sguardo, una voce senza nome. Dal buio del passato talora straripa una violenta, inarrestabile forza visionaria, una sorta di chiaroveggenza di scene che, colme di oggetti, notizie, colori, forme quotidiane, finiscono per evocare un di più di visibile e sapienziale, un salto di conoscenza che può aiutare l’inoltro nel territorio tumultuoso del presente. Ci sono istanti, nei  romanzi dello scrittore e giornalista, nei quali lo scorrere  irregolare  degli eventi è edificato con la precisa volontà di scombinare quello più comune, regolare e giornaliero. Sembra allora che Collura abbia l’intenzione di chiedersi se a condizionare i fatti sia totalmente la cronaca nuda dell’esistere nell’immediatezza o, piuttosto, l’onda insinuante e capricciosa di un tempo antico, sfuggito al suo stesso carico di accadimenti e  sotterraneamente, quasi senza preavviso, giunto in un imprecisato momento dell’oggi, in cui, occupandone gli interstizi, imprime un nuovo ritmo di voci e di immagini e “l’assalto dei ricordi”.

     La badante (Longanesi, pp.207) affronta il tema attualissimo dei molti “attempati” italiani (“creature cariche di anni, ma non per questo private di un loro gusto di vivere”) che in una mattina di agosto si apprestano ad affrontare la giornata. Come Italo Gorini che, “murato” in casa, e quindi uno degli “invisibili alla popolazione attiva”, ultraottantenne professore in pensione, è accudito da Paula,ancor giovane badante rumena, da cui  promana una seduzione, ”simile a quella che i bambini esercitano sugli adulti”, e tale da trasmettergli una “febbre”. Tra quelle mura abitano altre persone: la sorella Maddalena, dai gesti teatrali, la quale ha rinunciato a vivere la propria vita, abbracciando il “fatale richiamo” dell’affetto, prima per la madre e poi per il fratello rimasto vedovo; e il figlio Desiderio, laureato in scienze politiche, “giovanottone” buono e solitario, privo di ambizioni e perennemente incollato al cellulare, “una sorta di premurosa fatina in grado di accontentarlo in tutto”. Inoltre, vi sono la cognata Giorgina, offesa dal tradimento del marito, curata e nonostante l’età, dagli abiti “civettuoli” e dal “trotterellare svagato e ammiccante”; e Stefanu, connazionale di Paula, a lei legato da un “trucco”.

Improvvisi, chiamati da un minima particella d’avventura, si affacciano episodi lontani, prendono corpo i fantasmi di remoti momenti, le “sere d’incanto e di mistero”, l’inesauribile processione delle nostalgie, mentre l’autore entra direttamente nel suo libro, vi imprime la firma della scansione strutturale (“Paula. È giunto il momento di parlare di lei. Se n’è accennato all’inizio, ma in questa storia è un personaggio che merita  più di un cenno”; “Passarono alcuni giorni in cui non vi furono circostanze tali da  dover essere qui raccontate”; “Qui giunti si dovrà fare un salto nel tempo e far coincidere questa storia con il presente”), sottolinea i sogni scompigliati del professore, convoca altri comprimarii (indicativa,per la sua spietata verità, la conversazione del protagonista con il medico Montalenti), dosa massime e citazioni, le testimonianze di un “mondo di carta” e quelle che prorompono dalle occasioni comuni. Apre e chiude aneddoti, microvicende, un panorama di motivi spesso marginali che, tuttavia, irrompono in quella  commedia umana che l’autore raffigura in un grande quadro, ora privilegiando qualche tipo, ora osservando a volo d’uccello il tumultuoso mareggiare del mondo (frequentatori di pub, extracomunitari sdraiati a terra lungo le strade, prostitute in attesa di clienti), ora adoperando una “bussola concettuale” per affrontare le impervie problematiche del  divino.

Le “misteriose incongruenze della vita” e l’”ineluttabile astrazione della filosofia” si incontrano con gli automatismi della memoria, le cadute e gli enigmi di cui sono costellati i giorni. È una miscela che nel protagonista si nutre di cultura e di sensualità, dando il via a inimmaginabili situazioni accese  e  innestandosi in un  prepotente desiderio di rivincita nei confronti  del rifiuto di Paula  a certe avances. Il tono della narrazione si incupisce di intrigo, la trama si dipana tra ricerca di approfondimento e spinta verso una comunicazione generosa di effetti verbali, di contrasti, di cambi di tonalità e di prospettive. La pagina passa da sintesi folgoranti a  protratti ragionamenti, consegna materiali fruibili per ulteriori discussioni, accumula e sottrae, trattiene concetti senza interrompere la fluidità del ritmo, si avventa su spazi nuovi, spesso conquistandoli mediante impensabili similitudini e non fa svanire mai  nel lettore il senso di attesa della soluzione finale. Anzi, l’indugio prolungato su una questione accelera la linea tensiva. Ed ecco il protagonista con una “luce misteriosa” negli occhi, ecco la sua voce che risuona “più empia che arrogante”. Ora egli è nel centro del ciclone del suo inganno. Nubi basse tappezzano d’ombre il paesaggio e i  resistenti nodi di fatti  bisognosi d’essere toccati da quei “sortilegi che a volte avvengono”. Si moltiplicano gli urti della realtà circostante, l’anziano uomo  precipita nel “vuoto”, accerchiato da un’esplosione di impulsi maligni, da una presa d’atto di rilevamenti statistici, riflessioni filosofiche, che Collura scioglie, secondo  consone tecniche espressive, in azioni sulfuree in grado di “ripristinare i giochi con i gladiatori”.

Ma è forse il gioco di un “clown desolato” quello che compone il puzzle. E nuovamente si apre dall’esterno (“c’’è un particolare sospeso in questa  storia…”) un “campo di battaglia” dove da sempre il bene lotta con il male e sormontano altri dubbi e nuove acquisizioni sul progresso della scienza, un visionario viaggio verso il cielo, una musica ascoltata  in una perduta vigilia di Natale, là nel boscoso angolo dei Nebrodi. Pronta a captare in ogni anfratto inesplorati barlumi di racconto e sostenuta da un respiro pensoso, che può ricondurre chi legge a certi passi manzoniani, la  scrittura  modifica un po’ alcuni cerchi lirici di opere precedenti (pensiamo, per esempio, alla “solenne tristezza di In Sicilia), esce dai lacci di canonici binari e sgrana, tra vampe di parole che sono ferite, ambiguità e magie nell’ amarezza dolce di un sorriso.

 

 

 

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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