la bambola e il fiume

la bambola e il fiume

Intervista (im)possibile di un venditore di giocattoli a dino campana

di Andrea Manzi

[divide]Questo testo, praticamente inedito, fu scritto da Andrea Manzi nel 1987 nei giorni in cui debuttava al Festival Città Spettacolo di Benevento, diretto da Ugo Gregoretti, il suo spettacolo “Dino Campana poeta”, per la regia di Lorenzo Cicero.
Il testo ripropone il tema del controverso rapporto tra il grande poeta e la vita e rilancia, attraverso la finzione dell’intervista postuma, il pensiero, i messaggi e le stesse parole del poeta visionario e “folle” più inimitabile del Novecento, che Carmelo Bene non senza motivo accostava a Friedrich Holderlin.

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“oh, il giocattolo”
anche pupazzi, bambole.
“via, andate via. ho bisogno di diluirmi in questa pioggia che arriva da londra”.
da londra?
“portata qui dal radiofono suggestivo”.
i suoi giocattoli dove sono? in soffitta?
“they were all torn and cover’d with the boy’s blood. ricorda withman? si macchiarono tutti del sangue del fanciullo”.
del suo sangue, campana?
“la mia infanzia fu una gabbia, ne temo il ricordo”.
una gabbia? un gioco, dunque?
“una guerra”.
una guerra vinta da lei?
“oh sì, vinta da me sull’onda eroica dell’ideale”.
lei, è un onnipotente?
“ero il direttore dell’italia”.
ed ora?
“dirigo anche lì tutto”.
e vince?
“salgo e scendo quando voglio. lo sa lei che io volo sull’ala battagliera della poesia?”.
e ne discende per gioco quando vuole?
“macché”.
campana, lei piange!
“è che ho smarrito la mia poesia nella boscaglia”.
sarà finita in un dirupo?
“la cerco da giorni. forse si è disciolta nell’acqua, nella melodia docile dell’acqua che si stende tra le forre fino all’ampia rovina del letto”.
non disperi. la poesia, dopotutto, è gioco, un gioco.
“la mia poesia sorge su dalla febbre elettrica del selciato notturno, la riconoscerò, saprò catturarla”.
per portarla dove?
“nel polline, tra i filari del glicine”.
non con lei, lassù.
“lì è un grande luna park. la lascerò qui dove il mio pensiero balzava e irrompeva nella stanza dei venti”.
e dove la sua libertà finì in manicomio?
“una pirandellata, nulla di più”.
venga a giocare con noi. abbiamo auto e treni di latta, plotoni di soldati e cavalieri a cavallo.
“giocare?”.
sì giocare!
“come tutti i fanciulli?”.
tutti noi giochiamo…
“sì, il mondo gira per il fanciullo, l’acqua scorre per il fanciullo e i fiumi riprendono la loro cantilena stanca di accordi secchi, tra le rocce”.
campana, provi a rivedersi fanciullo. ricorda un giocattolo?
“oh, l’acqua… l’acqua corre piana nella gora… ecco, eccolo il fanciullo disteso sull’erba. quanto tempo è trascorso da quando le stelle mi dissero dell’infinità delle morti”.
ma che fanciullo fu lei?
“immobile come il mio cadavere”.
una catastrofe?
“tutto anela alla distruzione”.
nietzsche.
“lui era il wagner del pensiero”.
ma venga a giocare con noi. c’è una trottola!
“ora sono solitudine mistica”.
lei non seppe giocare nemmeno quando ebbe un corpo.
“un povero corpo mortificato in attesa che qualcuno lo prendesse”.
inerte.
“e povero”.
i poveri non giocano?
“i poveri odono canzone bronze, sono tutti in una cella bianca”.
ma possono fare i poeti.
“per vendere, poi, i loro canti da paszkowski o alle giubbe rosse. venderli agli infami”.
quanto basta per vivere di poesia.
“vivere, vivere… io per vivere tempravo falci, ferri, accette”.
però la gente nei vicoli recitava i suoi versi.
“e già! ma io ero un poeta, i miei versi erano meravigliosi”.
vede questa bambola, è una sfinge di gomma, le labbra ruffiane. la tenga.
“no, sorride”.
le bambole non piangono mai.
“a me piacciono i sorrisi dei volti notturni”.
ma che fa, campana? la scopre? ne esplora il suo corpo?
“io rivedo manuelita, la piuma di struzzo, la cipria sparsa sul viso, la sua pelle ambrata”.
manuelita?
“la notte era galeotta delle nostre anime oscure”.
campana, ma lei si allontana con la testa tra le mani. cosa le accade?
“silenzio! un revolver annuncia e chiude un altro destino”.
l’ho raggiunta per parlare di giocattoli, vendergliene qualcuno, e lei lancia messaggi minacciosi, oscuri.
“la vita mi lacerò, poi un vento forte mi spinse verso il mondo”.
piange?
“la mia parola ha diritto di essere ascoltata”.
ma questa è un’intervista sul giocattolo.
“non li ricordo, i giocattoli”.
ma lei, campana, chi è?
“sono l’acqua e l’acqua è il nettare dei miei versi”.
ora, però, ha smarrito la poesia.
“e chissà se riuscirò a ritrovarla nell’acqua che scende tra le curve regali, nell’acqua in circolo tra luoghi senza strade”.
attenda un attimo. la bambola è caduta nel ruscello,gliela recupero.
“corro io. sono il vento, aspetterò la bambola laddove il letto rovina”.
campana, campanaaa, campanaaaaa!
“eccola, l’ho presa: bagnata, senza scarpe”
perché sorride?
“è gonfia, ha bevuto l’acqua dov’era disciolta la mia poesia. eleganza, arco teso della bellezza”.
ma è soltanto una bambola. lei l’accarezza!
“povera piccolo armonia. la porterò con me, l’ultimo germano d’italia ha ritrovato la poesia ed ora s’invola cercando un paese dove vi siano giudici e non mercanti”.

redazioneIconfronti

Un pensiero su “la bambola e il fiume

  1. Suggestivo questo testo di Andrea Manzi. Bisognerebbe riproporlo a Mercato S. Severino in un momento dedicato a Dino Campana. Sto per far uscire nella collana RADICI “Poeti italiani spersi in Argentina” di Gabriel Cacho Millet, tra i più noti studiosi di Dino Campana. In questo testo c’è un capitolo che riguarda proprio il poeta di Marradi, che fu caro a mio padre Francesco.
    Complimenti ad Andrea Manzi che stimo da sempre.
    Antonio Corbisiero

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