La bellezza del Tabor ci salva col sacrificio della Croce

La bellezza del Tabor ci salva col sacrificio della Croce
di Luigi Rossi

Alëša, fratello di Ivan Karamazov, alla domanda sulla disponibilità ad essere artefice della sofferenze di una sola creaturina per rendere l’umanità felice, risponde decisamente con un No e punta l’indice nel tentativo di riconciliare il tragico mistero della sofferenza innocente con la fede nel Dio dell’amore. Una risposta potrebbe fornirla la distinzione tra il portato semantico di “mistero” rispetto a “problema”, che indica un enigma decifrabile da chi è dotato di acume logico; invece la sofferenza innocente persiste come mistero trasparente al pensiero grazie all’esperienza personale di una compassionevole partecipazione. La distinzione aiuta a comprendere il vero significato della crocifissione. In Cristo Dio vince il male perché soffre nella propria persona fino alle ultime conseguenze: è un Dio coinvolto che “Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino all’estremo” (Gv 13,1). In un altro romanzo, L’idiota, Dostoevskij proclama che “La bellezza salverà il mondo”. Pur coinvolti nella sofferenza, non dobbiamo dimenticare che nel mondo esiste la bellezza divina e salvifica rivelata all’umanità sul Tabor dalla luce che promana dal volto di Cristo. E’ l’icona della Trasfigurazione raccontata dai sinottici (Mt 17,1-8 Mc 9,2-8 Lc 9,28-36) che s’impone. Oggetto evidente, comunica in modo diretto l’appagamento estetico di una composizione comprensibile perché figura principale e sfondo, pur separati,per la loro evidenza aiutano a focalizzare l’attenzione suscitando primitive emozioni di paura, serenità, amore, mistero, forza, dolore.

La trasfigurazione è pagina di teologia per immagini: Gesù, sole della nostra vita, fa comprendere che abbiamo un percorso da compiere per godere la bellezza irradiante della luce che porta al monte, luogo dove s’incontra Dio e possibilità per osservare il mondo da una diversa prospettiva per rendere chiari storia e futuro che ci attende. L’evento é collocato dopo la confessione di Pietro circa l’identità messianica di Gesù, dichiarazione sulla quale il Maestro impone il silenzio, intanto insegna che il Figlio dell’uomo deve soffrire ed essere ucciso per risuscitare dopo tre giorni e ciò avviene sei giorni prima della salita sul Tab‘or, che significa “vicino alla luce”. Rispetto a Mt e Lc, la descrizione di Mc è molto discreta, allude al mutamento, mistero da adorare senza pretendere spiegazioni perché quanto avviene é indicibile. Il bianco che colpisce l’attenzione dei discepoli ricorda Mosè, il solo col volto luminoso per il riflesso della luce avendo visto Dio.

Il passo è di difficile interpretazione perché coacervo di generi letterari: visione apocalittica per la presenza di Elia, che secondo Malachia precede la venuta del Signore, e Mosè, che aveva chiesto di vedere la gloria di Dio, finalmente esaudito, come a dire profezia e legge riconoscono concordi in Gesù il loro compimento. Pietro vorrebbe prolungare questa condizione, pronto a costruire tre tende, balbetta in preda allo spavento parole inadeguate rispetto al mistero che contempla mentre una nube lo avvolge nella sua ombra: la Shekinah, Presenza di Dio, gloria del Figlio che fa udire ai discepoli la parola del Padre, invito ad ascoltare Gesù, non proiezione su Dio delle paure e dei desideri umani.

La narrazione termina in modo brusco. I tre vedono solo Gesù, Maestro umanissimo, ma l’esperienza rimane nel loro intimo, enigma che solo la Pasqua può sciogliere come si legge nella seconda lettera di Pietro quando evoca la funzione di “testimone oculare della sua gloria sull’alta montagna” (1,16-18). Nel contemplare il trasfigurato nella gloria del Padre la rivelazione è completa: Gesù di Nazaret, rabbino che insegna per le strade della Palestina, è il Figlio di Dio che per amore dona il suo Vangelo. A noi non rimane che ascoltarlo: è il volere di Dio, ma anche la nostra possibilità di salvezza.

Trasfigurato sul Tabor, Cristo resta umano anche se la gloria rivelata è qualcosa che Egli possiede da sempre, persino durante l’umiliante agonia e nell’urlo di abbandono sulla croce; sebbene presente, è nascosta sotto il velo della carne sul m onte divenuto per un istante trasparente, paradosso salvifico della fede cristiana: Gesù è Dio e uomo, perfezione della divinità e l’integrità dell’umanità; per questo motivo é gloria della nostra persona assunta in Dio e permeata dall’energia divina, come al principio della creazione e come sarà alla fine. Cristo rivela la pienezza delle nostre potenzialità, trasfigurato mostra la gloria dell’intero cosmo. L’umanità deve essere salvata non dal mondo ma col mondo, come si legge in Rm 8,21 e ribadisce l’Apocalisse evocando la “nuova terra” (21,1) perché, stando a Matteo (17,2), si trasfigurano anche vesti di Cristo, la luce trasforma gli oggetti materiali associati a Lui, come aveva sperimentato Mosè col roveto ardente. La Trasfigurazione indica che la gloria della Trinità appartiene anche al Logos incarnato; ne deriva l’esaltazione della persona umana e con lei dell’intera creazione, elementi che aiutano a comprendere il mistero della sofferenza e rispondere all’angoscia per il dolore, alla rabbia per la sconfitta, alla disperazione per gli assalti del male. Si trova la risposta annotando i principali eventi che seguono, cronologicamente un contesto di stretta prossimità fra trasfigurazione e passione, non mera giustapposizione ma significativa interdipendenza. Perciò, la trasfigurazione va compresa alla luce del dialogo sulla passione: Tabor e Calvario sono collegati. Il legame è evidente non solo nella Scrittura e nei testi liturgici, ma anche nell’iconografia come ricorda il mosaico nell’abside di sant’Apollinare in Classe a Ravenna: Cristo trasfigurato assume la forma di crux gemmata stendendo le braccia nel firmamento. A Pietro, che voleva rimanere sulla montagna e prolungare la visione (Mt 17,4), Gesù asserisce che la partecipazione alla trasfigurazione non implica isolarsi dal dolore, ma farsi coinvolgere e condividere sofferenza, solitudine, scoraggiamento ricordando all’umanità sofferente contemporanea che tutte le cose sono capaci di trasfigurazione solo attraverso la croce. Infatti, come afferma Berdjaev, “Il paradosso della sofferenza e del male è risolto nell’esperienza della compassione e dell’amore”. Dio incarnato e coinvolto non risponde a parole alla domanda di Ivan Karamazov, ma con una vita compassionevole e con partecipato dolore. La bellezza increata mostratasi sul Tabor salva il mondo col sacrificio della croce perché non evade dalla sofferenza ma la rende portatrice di vita perché “morenti, eppure viviamo … afflitti, ma sempre lieti” (2Cor 6,9-10).

redazioneIconfronti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *