Nel Sud cittadini ancora da “creare”

Nel Sud cittadini ancora da “creare”
di Andrea Manzi

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Foto: fondazionesalvemini.it

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[one_half_last] Qui di seguito leggerete una raffica di idee e di punti di vista di intellettuali napoletani sulla pericolosa battuta d’arresto del ceto medio, irretito negli anni recenti da una cultura della protezione che ormai condiziona la vita sociale nel capoluogo campano e in tutto il  Mezzogiorno. Quali sono le origini storiche di tale fenomeno e quanto pesa la irrisolta questione meridionale su questo gap quasi irreparabile? È questo il binario lungo il quale alcuni tra i più affermati studiosi si incamminano per tracciare alcune risposte, che ci auguriamo possano essere all’origine di un nuovo, proficuo dibattito de I Confronti. [/one_half_last]

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Il limite più rilevante che blocca la capacità di reazione di Napoli e dei napoletani e determina l’attuale pericolosa stasi della borghesia, al punto che alcuni critici addirittura negano l’esistenza di un ceto medio, è la cultura della protezione.
Una tendenza alla subalternità che emerse con chiarezza all’inizio degli anni ’90, quando cominciò a delinearsi l’anti-politica come forma banalizzata di politica.
«Nel ’92 la reazione, dura e non forte, del mondo degli affari del Nord originò da una convinzione, che cioè la difesa degli interessi dovesse passare per una regolamentazione del mercato attraverso il diritto. Noi, nel Sud, ritenemmo che la tutela dei nostri interessi prevedesse invece la protezione e non le regole del diritto». Il filosofo Aldo Masullo spiega così il motivo della mancata coesione sociale emersa platealmente a Napoli proprio con Tangentopoli («Nel Nord si verificò uno scontro per far prevalere istanze e progetti non forti ma duri, a Napoli non si registrò alcuna reattività»).
Nessuno si interrogò sul valore sociale e politico di Tangentopoli e, per evitare il disfacimento sociale, lo Stato centrale rafforzò i poteri di sindaci e presidenti, limitando specularmente quelli delle assemblee elettive: in quel periodo nasce l’esperienza politica napoletana di Antonio Bassolino, un prodotto della debolezza della nostra borghesia che, tacitamente, richiedeva di entrare nel potere in una logica di pura gestione.
La stasi della borghesia potrebbe essere spiegata come atteggiamento acquiescente finalizzato a tesorizzare utilità per la delega incondizionata data alla politica bassoliniana.
«La stasi non riguarda soltanto le istituzioni, ma è riconducibile senza ombra di dubbio ai cittadini ed anche ai miei colleghi docenti universitari che si sono lasciati sedurre dalle consulenze» osserva Ernesto Mazzetti, giornalista e ordinario di Geografia politica ed economica alla “Federico II”. «La borghesia nasce in Europa quando si afferma il capitalismo, mi riferisco a Max Weber, a Pareto e a quanti hanno collegato la capacità e lo spirito capitalistico al calvinismo. Nel Sud d’Italia, invece, gli aristocratici non si sono trasformati in imprenditori, la rendita agraria non è diventata capitale di investimento, l’aristocrazia è rimasta tale e si è vista erodere progressivamente i propri capitali. Qualche imprenditore con idee nuove – spiega Mazzetti – è arrivato da fuori, con privativa regia. Insomma, c’è voluto lo straniero…».
Situazione che, anche oggi, si manifesterebbe con singolari analogie. Biagio Agnes, già direttore generale della Rai, ne era sicuro ed attribuiva a questa deficienza la mancanza di voce della borghesia campana, il male più preoccupante della nostra società: «Agli imprenditori bisognerebbe tirare le orecchie. “Il Mattino” non è una testata di imprenditori campani, un fatto assurdo per il più grande quotidiano del Mezzogiorno edito a Napoli».
Alla passività della borghesia napoletana, dal punto di vista imprenditoriale, Mazzetti però lega anche il ruolo praticamente ininfluente degli intellettuali impegnati, compreso quelli che hanno prestato la loro opera alla politica: «Mai studiosi e intellettuali sono riusciti a individuare, esprimere, promuovere o aiutare a crescere una classe dirigente, tutt’al più – come unico segno di vitalità – hanno aderito individualmente alla politica. Penso a Spaventa, a Giustino Fortunato, a Francesco Compagna, a Giuseppe Galasso. Ma sono stati intellettuali e politici anche Gerardo Chiaromonte, Giorgio Napolitano, Giorgio Amendola… In effetti, non sono riusciti mai a far ricadere nella società campana la forza delle loro idee».
Nella gara dei primati negativi (se cioè le maggiori responsabilità del degrado siano da ricondurre alla società o ai politici da essa eletti) una risposta fu già data da Salvemini (foto) per il quale la società civile per il 20 per cento è migliore di quella politica, per il 20 per cento peggiore e per il 60 tale e quale. Ma al di là dei riferimenti storici, c’è una chiave di lettura che coniuga, come suggeriva Mazzetti, motivazioni economiche e ideologiche che riguardano il ceto medio. Ovviamente, il riferimento è a quella scuola di pensiero alla quale sono iscritti quanti hanno vissuto la lezione di Benedetto Croce e conservano la certezza che una sola linea connota l’impegno degli studiosi che hanno voluto l’unità politica, sociale ed economica del paese fino ad elevarne l’obiettivo a prospettiva storica.
«La borghesia era più attiva quando c’era un minore benessere economico, poi si è chiusa in se stessa», osserva Amedia Cortese Ardias, signora del liberalismo meridionale, già vice presidente della Regione. L’antidoto più immediato, in questa fase di totale atonia, è riassunto da un accorato suggerimento: «Non rimanere indifferente al momento del voto».
Se c’è chi nega, come Aldo Masullo, l’esistenza stessa del ceto medio (“Napoli è una città di borghesi non di borghesia»), altri nostri interlocutori come il compianto Roberto Ciuni, che fu tra l’altro direttore de Il Mattino, capovolgono questa chiave di analisi e profilano ipotesi alternative: «Non esiste la borghesia? Ma chi l’ha detto? Dal ’45 ad oggi, la borghesia di Napoli ha espresso tre presidenti della Repubblica, qualche primo ministro, circa venti ministri, decine di sottosegretari, presidenti della Corte costituzionale, presidenti di Cassazione, direttori generali di ministeri, una marea di classe dirigente. Purtroppo – scriveva Ciuni – solo in pochi casi questi signori si sono mobilitati per la loro città, ma lo hanno fatto sistematicamente per lo Stato, per la grande stampa, per le banche. Si è verificata un’atonia della borghesia che progressivamente si è appiattita sulla plebe».
Ovviamente, una borghesia che diventi classe dirigente autoreferenziale finisce per avere molti alleati. La storia può aiutare a stanarli. Giordano Bruno Guerri, a proposito della riflessione sull’identità di Napoli dopo la catastrofe dei rifiuti, taglia corto: «Il deficit della cultura va considerato in senso storico. L’unità d’Italia fu imposta da una minoranza di intellettuali e politici settentrionali che, prima con le armi e poi con le leggi, vollero “saldare” tutto con eccessiva rapidità. Penso al brigantaggio – guerra civile con tanti morti e violenze brutali – che vive come segno preciso nella società meridionale. I meridionali è come se, da quel tempo, dicessero: “Ci avete voluti Stato ed ora occupatevi sul serio di noi”. Ma da allora si è sviluppata una sudditanza psicologica che ha portato all’accettazione non gradita di realtà ed “autorità” che si sotituiscono allo Stato». E, qui, il riferimento alla criminalità organizzata non è affatto implicito come appare. «La camorra occupa spazi sempre più vasti che lo Stato lascia liberi, è pertanto sbagliato indagarla soltanto su base sociologica. I clan sono moderni, sfruttano le regole del mercato selvaggio», sostiene Vincenzo Maria Siniscalchi, penalista, già componente del Csm nonché parlamentare Ds. Una strada da imboccare in politica – preso atto, come sosteneva Giordano Bruno Guerri, della vasta pratica delle supplenze anche improprie – per Siniscalchi potrebbe essere quella dell’abbandono delle battaglie ideali o ideologiche tipiche del ’48 e degli anni ’60. «Viviamo infatti una emergenza drammatica perché oltre alle performaces della criminalità organizzata siamo schiacciati da una competitività selvaggia, che sta privando del necessario molte classi sociali».
Eppure, è proprio la criminalità organizzata il parametro di valutazione del disfacimento del ceto medio e della sua apatia istituzionale. Il magistrato Raffaele Cantone, che ha lavorato ai fianchi lo spietato clan dei Casalesi dalla Direzione distrettuale antimafia, individua nella delega diffusa e generalizzata della nostra borghesia uno dei mali peggiori di Napoli. «La società delega senza chiedere conto. Il problema è che s’invoca il demiurgo per risolvere ogni cosa, il che ovviamente non avviene. Subentra così lo scetticismo, la gente si chiude, la partecipazione scopare… In questo modo il microsistema camorristico di aree complesse e problematiche diventa sistema».
C’è però un punto nel quale il filo rosso della cultura della protezione, da cui originerebbe sia la malapolitica che l’invadenza camorristica, si biforca in spezzoni separati, a seconda del prevalere di una analisi o di un’altra. Se per Cantone è la camorra ad “imporre” condotte alla politica, per Amato Lamberti, fondatore dell’Osservatorio sulla camorra, è al contrario la politica a conferire forza ed espansione alla criminalità organizzata. «In Campania dovrebbero essere sciolti tutti i consigli comunali, nessuno escluso. Non c’è negli enti nessun appalto trasparente…. Sono gli uomini delle istituzioni che si servono dei delinquenti e li rendono potenti… Vi siete mai chiesti perché Saviano non fa mai il nome di un politico? Perché il romanziere non si chiede chi inserisce i camorristi negli appalti dell’Alta velocità? Se lo facesse verrebbe meno l’effetto drammaturgico che la mitizzazione comporta – osservava il sociologo, scomparso nei giorni scorsi. Il problema non è l’impresa della camorra, ma come essa viene immessa nei grandi giri».
Da qui, alla denuncia della completa erosione etica del ceto medio il passo è breve. È ancora il pensiero di Amato Lamberti: «Ci sono reti di interessi che tengono insieme la città, sotto le reti c’è la politica, la gente, tutto il resto. Anni fa per una ricerca finsi di voler acquistare voti, vennero in tanti. Vendevano i voti per mestiere: chi me ne offriva 400, chi 50. Avrei potuto mettere insieme 25-30mila voti. Spesso non chiedono soldi anticipati, si paga a risultato conseguito. E i voti li hanno comprati e li comprano a Napoli e in Campania a destra e a sinistra: per scoprirlo basta confrontare – chiosava, sconsolato, Lamberti – le preferenze ottenute con la qualità delle persone».

I Confronti-Le Cronache del Salernitano

redazioneIconfronti

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