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La Bosnia-Erzegovina, silenzio imbarazzante

La Bosnia-Erzegovina, silenzio imbarazzante
di Carmelo Currò

sarajevo-Bosnia_herzegovina-postcard2007Che accade in Bosnia-Erzegovina? Se ne parla poco, quasi niente: i nostri organi di informazione come al solito contengono profusione di notizie interne. Voci, boatos, commenti sulle manovre politiche: gossip che confondono le idee e che non interessano l’estero se non per commenti sfavorevoli sulle congiure dei palazzi italiani. Ma questa volta il silenzio pare una vera congiura. Già da alcuni giorni i grandi giornali nazionali ignorano del tutto i disordini, gli schieramenti militari, l’isolamento di alcune parti del Paese, le interruzioni elettriche, la sospensione momentanea di servizi come quello postale o scolastico, l’arresto di alcuni manifestanti (un giovane di 16 anni, fra gli altri sarebbe stato brutalmente percosso e la famiglia rimasta senza sue notizie).
Gli esempi potrebbero essere imitati. I Paesi pericolanti non mancano in Europa, a cominciare dai grandi “malati”, di turno dopo l’Impero ottomano, e ora identificati con l’Italia, la Spagna, il Portogallo o Cipro. Meglio sorvolare sulle stanze dei bottoni bruciate e le poltrone gettate dalle finestre. Almeno fino a quando i manifestanti italiani continueranno ad avere la buona abitudine di tornare a casa per ora di pranzo.
Sia dentro che fuori la vicina Nazione balcanica vengono dunque tirate ancora per la giacca le motivazioni politiche ed etniche di insofferenze, manifestazioni e disordini. In realtà, nonostante i margini di tranquillità sociale siano davvero molto ristretti, nello Stato multietnico e multiconfessionale, le gravissime manifestazioni appena sedate hanno un bersaglio pressoché unico, e si tratta degli ingombranti ospiti delle stanze dei bottoni. Gli uomini del potere, in maniera trasversale, in questi anni hanno massacrato l’economia della Bosnia-Erzegovina (come se non fossero bastati i massacri umani della terribile guerra che la sconvolse), senza organizzare un autentico piano di governo, senza riuscire ad arginare la disoccupazione e porre un limite alla dilagante corruzione. Lo Stato, che è una federazione territoriale divisa per etnie, oltre a un’organizzazione cantonale, si trova ad avere a capo tre presidenti eletti ogni due anni a suffragio universale per ognuna delle comunità bosniaca (islamica), serba e croata, i quali assumono la massima carica in prima persona con una rotazione di otto mesi. Una struttura ritenuta fragile, non sufficiente a garantire influenze esterne e solidità della pubblica amministrazione.
Come è noto, dai centri minori fino alla capitale Sarajevo, un gruppo di lavoratori non pagati si è trasformato in una la folla furiosa che ha occupato municipi, palazzi governativi, bruciato le auto dei funzionari, sfondato le vetrine. Contestatori e bulli si sono purtroppo rapidamente mescolati, se è vero che oltre i danni ai simboli del potere, si contano edifici distrutti, vetrine sfasciate, libri e archivi dati alle fiamme. La responsabilità non è solo dei violenti, si giustificano molti dimostranti: se c’è dispiacere per quanto di irresponsabile è avvenuto nelle piazze un simile rammarico deve anche essere riservato per le fabbriche, o posti di lavoro, le istituzioni culturali e scientifiche, le vite umane della cui distruzione sono responsabili quanti hanno governato il Paese per vent’anni.
Le voci si sono rincorse senza posa negli ultimi giorni. Secondo le più diffuse, i politici ultranazionalisti hanno cercato di tenere sotto controllo la folla dei dimostranti (che tuttavia è apparsa sempre estremamente composita e decisa), e cercato di terrorizzare la popolazione. Nell’occhio del ciclone Bakir Izetbegovic, leader dei filo-islamici, figlio del primo presidente bosniaco Alija. Un politico riciclato nella vita pubblica nonostante sia ritenuto, insieme al padre, la causa della guerra degli anni ’90 e più tardi uomo chiave nel sistema della corruzione che ha permeato i palazzi del potere. In un contesto di insofferenza sociale, si ripropone tuttavia la denuncia degli accordi di Dayton e la constatazione del fallimento dei cantoni.
A Sarajevo e nell’intero Paese, tuttavia, nelle ultime ore i disordini sembrano essersi placati. Il locale presidente croato aveva per primo offerto le dimissioni. Ma è sintomatico che proprio quest’ultimo non sia inviso all’opinione pubblica. La gente infatti ricorda ben come il leader abbia contratto un debito con una banca e continui ad usare per i suoi spostamenti la stessa modesta auto fin dal 2004. I contestatori del regime hanno inoltre spontaneamente iniziato e ripulire strade. Ogni protesta deve essere civile, hanno detto in molti, “senza lasciare spazio ai vandali e agli hooligans”. E’ una società civile che esce allo scoperto proclamando ed esigendo diritti senza la mediazione di personaggi che prima o poi approfitteranno della situazione.
Ma in Italia il silenzio regna già sovrano sulla realtà più eclatante: gli abitanti della Bosnia-Erzegovina si sono liberati dei propri politici fallimentari, senza rilasciare loro pensioni, prebende, incarichi manageriali e presidenze di enti inutili.

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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