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La camorra nel Salernitano ha scelto così: poco piombo e molti soldi

La camorra nel Salernitano ha scelto così: poco piombo e molti soldi
di Andrea Manzi

All’inizio del 2012 – era per la precisione il 19 gennaio scorso – il procuratore della Repubblica di Salerno Franco Roberti disse che “il territorio salernitano è a forte rischio di investimenti di capitali mafiosi”. L’affermazione, pronunciata a margine del convegno sull’aggressione ai beni illeciti promosso da “Ius et Gestio”, non mancò di sollevare preoccupazione e allarme. Un anno prima – dicembre 2010 – il procuratore aveva affermato, in altra circostanza pubblica: “Il rischio che la camorra arrivi a Salerno esiste ed è molto elevato”. Nelle parole del capo della Procura di gennaio scorso fu letta una preoccupazione più evidente e specifica: era manifesta l’escalation terminologica e dialettica rispetto al discorso di un anno prima. Da un rischio piuttosto generico circa l’arrivo della camorra a Salerno, il procuratore era passato a individuare una minaccia specifica riguardante gli investimenti di capitali mafiosi. I livelli di attentato all’ordine pubblico sono più bassi? Ebbene, la risposta di Franco Roberti a questa domanda, l’anno scorso, fu inequivoca: “Questi dati evidenziano che probabilmente nel Salernitano si fanno più affari”.
Dieci giorni fa, il magistrato è tornato su questi temi, ribadendo pubblicamente il suo pensiero, nel corso di un convegno svoltosi presso la Provincia di Salerno (palazzo investito dalle sue recenti, delicatissime inchieste), secondo cui cioè la camorra non è soltanto quella che spara e fa morti, ma anche l’altra “che si infiltra e lucra con le istituzioni pubbliche e private”. Situazioni che, negli ultimi mesi, sono venute fuori anche a Salerno con una evidenza palmare, alla luce degli arresti dei dipendenti pubblici, nonché delle collusioni, emerse e in parte ancora sotto la lente investigativa, tra il livello dirigenziale e quello politico. Roberti ha dovuto ammettere che, senza un’autoriforma della politica, in assenza cioè di una scelta culturale e partitica di fare della giustizia “l’epicentro” delle attività istituzionali, anche la legge antimafia non produrrà alcun effetto rilevante.
In effetti, l’esempio di Salerno è emblematico: si spara poco perché si farebbero molti, forse troppi affari. Si tratta, quindi, di un nuovo “laboratorio mafioso meridionale” in un territorio che non cessa di stupire: grandi prospettive d’immagine e di vocazioni terziarie, ma tante miserie sotto cerone e rimmel. La efficace cosmesi nazional-popolare, veicolata da una politica apparentemente bipolare ma sostanzialmente omologata da interessi profondi, costituirebbe la pista per scoprire il grande inganno. E inganno c’è stato, se è vero che tali più fruttuose attività salernitane avrebbero addirittura modificato le modalità di agire della criminalità, indotta ad una produttività capitalistica anche al fine di ingentilirsi e proseguire la scalata istituzionale. Certo, il fatto che non si spari è confortante, ma allibisce il sospetto che l’assenza dei tonfi sordi sia strettamente in relazione al fiume di denaro che scorre con la mediazione politica.
Al procuratore Roberti si potrebbe chiedere di far presto e di smascherare questa carnevalata di una politica che travestirebbe da alcuni anni interessi criminali con attività “liberal”. Ma, si sa, i tempi della giustizia sono quelli che sono e la raccolta della prova oggi è particolarmente difficile per le capacità strategiche e tecnologiche dei colletti bianchi, professionisti abilissimi nel travestimento finanziario dei più torbidi affari e del gigantesco riciclaggio che si opera nel Salernitano. Una contro-misura, però, alla vigilia di elezioni tanto attese i cittadini potrebbero prenderla, dal momento che il degrado è evidente e quindi anche circoscrivibile. Negli ultimi anni abbiamo assistito alla promozione sul campo di imprenditori di diretta derivazioni camorristica, che in meno di un paio di generazioni – grazie proprio alle aperte complicità politiche – hanno avuto la ventura di riverniciarsi alla men peggio. Nomi e cognomi che fino a qualche anno fa ci si guardava dal pronunciare e che rinviavano ad ascendenze compromettenti, facce da bellimbusti che si tentava di non incrociare nemmeno con lo sguardo distratto: oggi un livello politico spudorato, cinico e culturalmente piatto ne ostenta la vicinanza, tentando di dissimulare con la plateale ammissione di disinteressato legame le inconfessabili ma profonde cointeressenze affaristico-criminale. Figli, affini e sodali di famiglie dell’Agro Nocerino-Sarnese che una politica attenta alle contiguità avrebbe dovuto mantenere lontani, a una distanza di assoluta sicurezza da qualsiasi stanza rispettabile, sono finiti nei gangli vitali degli enti con responsabilità dirette e, comunque, di alto livello strategico. Un attentato alla democrazia, alla libertà costruita nel nostro passato.
Si sa, il miglior modo per nascondere le cose è quello di ostentarle, ma il troppo è troppo. Se si arriva nel corso di ambigue campagne elettorali, in aree calde della provincia, addirittura a manifestare pubblica vicinanza con certi squallidi ambienti, beh allora le parole di Franco Roberti assumono un senso inequivocabile, rispetto al quale è doveroso far scattare – in attesa che la magistratura scopra il gigantesco imbroglio perpetrato per catturare la facile credulità dei cittadini – l’unica possibile alternativa al disonore, che è costituita dall’esercizio della ragione critica e dalla intangibilità della libera scelta elettorale di persone giuste e libere, vere e capaci. Non è difficile capire chi sono i personaggi affidabili, perché le altre tipologie – le persone ingiuste e serve, inautentiche e incapaci, oltre che corrotte – hanno impresso sul volto il disagio dell’imbarazzo e il glaciale cinismo degli avvoltoi. E con queste ultime persone non è compatibile la protezione del diritto alla quale aspirano gli uomini onesti, stanchi di sottostare ai padroni e all’antistato.

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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