Mar. Ago 20th, 2019

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La Campania scivola sempre di più nell’inferno povertà

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Il dossier della Caritas parla di una terra inghiottita da una miseria terminale
di Gianmaria Roberti

povertc3a0Sono sempre i numeri il ritratto della crisi, e delle bugie che la edulcorano. Come anche del volto trasfigurato della Campania. Regione povera divenuta terra inghiottita da una miseria terminale. Il dossier regionale sulle povertà della Caritas, presentato stamattina presso la Curia di Napoli, attesta che gli utenti dei centri diocesani di ascolto sono passati dai 4712 del 2008 agli 8504 dell’ultimo rapporto. Per la prima volta sono più gli italiani che i migranti: 56,5% rispetto al 43,2%. “Una svolta epocale” spiega il dossier. Solo tre anni prima gli autoctoni erano al 38,2%. L’anno scorso la percentuale era inferiore di 10 punti. Peraltro, è cresciuta anche la presenza dei migranti, ma in misura più contenuta: dai 2901 nel 2007 ai 3677 del 2011. “Dietro i numeri ci sono persone – avverte l’arcivescovo Crescenzio Sepe – e oltre ad un quadro aggravato, la cosa più brutta è il permanere di quella sensazione di pessimismo”. Il presule esorta a “non chiudere gli occhi” sull’universo in espansione del disagio. E attacca le politiche sociali, in caduta libera per risanare i conti dello Stato: “È dovere di chi rappresenta la comunità – dice – non utilizzare soldi pubblici per mangiare caviale o per spenderli immoralmente, ma di pensare al bene comune, andando oltre la sua persona e il suo partito”. Mentre la politica dissipa risorse in un baccanale senza controlli, nel gorgo della crisi scivolano anzitutto le famiglie. Nei centri Caritas, gli utenti che vivono nel proprio nucleo sono balzati dal 65,6% al 71,5% in un anno. I coniugati dal 45,7% al 50,7%. Oltre all’esercito degli homeless, tradizionale riserva del disagio sociale, si ingrossano le fila dei nuovi poveri. Tra chi bussa ai centri di ascolto, non arriva a fine mese neppure chi ha una dimora: il dato schizza dal già allarmante 88,7% del 2009 al 93,4% del 2011. Dall’analisi emerge che in netta maggioranza sono le famiglie italiane ad essere colpite. L’identikit parla di nuclei monoreddito con almeno 2 figli carico. Nei centri, si registra una forte presenza di donne: 61,7%. Le classi d’età più a rischio sono quelle centrali: gli utenti dai 35 ai 44 anni sono il 28,1%, tra i 45 e i 54 il 26,4%. In cima alle ragioni del disagio, problematiche economiche (60,3% per gli italiani, 44,3% per i migranti) e occupazione (38,6% e 35,8%). Le richieste principali rivolte agli addetti: lavoro, beni e servizi materiali, nonché sussidi economici. Gli italiani privilegiano i sussidi (35,3%), i migranti il lavoro (41,2%). Sono cifre che inchiodano la Campania ad una secessione silenziosa dall’Italia più ricca. Anche nel 2011, la regione subisce una variazione negativa del Pil (-0,6)%), pari a 16.488 pro capite. È la percentuale più bassa dello Stivale, soltanto il 63,4% della media nazionale. La Campania è maglia nera anche per tasso di occupazione (39,4%), disoccupazione giovanile (44,4%), tasso di giovani che non lavorano, non studiano o non si formano (38,8%). Tra il 2011 e il 2012 sono stati persi altri 12000 posti di lavoro, aggiunti ai 200000 degli anni precedenti. Numeri impietosi che, assieme alla raffica di disastri ambientali, si riflettono sulla speranza di vita: 77,7 anni per gli uomini, 83,0 le donne. Inutile dirlo, la peggiore del Paese. 


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