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La cattiva politica (non i cattivi maestri) arma gli attentatori

La cattiva politica (non i cattivi maestri) arma gli attentatori
di Andrea Manzi

gasparri-dito-medio-770x512C’è un’ansia da prestazione che sorprende in questo centrodestra iper-muscolare appena tornato al governo. L’attentato di questa mattina, verificatosi con raggelante tempismo davanti a Palazzo Chigi durante il giuramento del Governo Letta, ha indotto i pensatori del laboratorio berlusconiano ad individuare prontamente i mandanti (morali) del gesto. Sono i grillini e quanti, in queste settimane, hanno protestato contro una politica che ha ridotto l’Italia nelle condizioni in cui è costretta a vivere sotto gli occhi del mondo. Sarebbero loro, i signori dell’opposizione radicale e verbalmente sanguigna, ad aver rinfocolato l’odio latente degli italiani verso il Palazzo, sono loro ad aver armato la mano assassina del muratore disoccupato ed emotivamente fragile, dirigendogli i colpi nel collo di un carabiniere e nelle gambe dell’altro. Sono i contestatori di un sistema ingiusto, secondo questa teoria urlata per l’intero pomeriggio dai pensatori azzurri Gasparri, Alemanno, Gelmini & C., ad aver regolato nel sangue la partita per interposta persona e ad averlo fatto, per giunta, mentre un governo, nato di parto sofferto seguito a inusitata fecondazione in provetta regal/presidenziale, giurava la propria fedeltà alla legge scritta.

La tortuosità della cultura politica nazionale non può arrivare a tanto, piaccia o no ai fautori della nuova teoria logico-analitica della politica aziendale.

Se fosse, d’altra parte, vera la storia dei cattivi maestri post-ideologici e post-moderni e degli effetti nefasti causati dalla loro affilata comunicazione odiatrice e anti sistema, beh, allora, dovremmo adoperarci tutti per un gigantesco bavaglio non violento e pacificatore. Ma è davvero qui il problema o siamo in presenza dell’ennesimo polverone? Chiediamoci chi rimarrebbe in campo se, per paradosso, la richiesta di deriva censoria passasse? Le spoglie, rimarrebbero, di una democrazia geneticamente modificata e regredita nella sua negazione, le statue di cera di un potere sfibrato e cinico, al quale le proteste vigorose stanno ricordando che le istituzioni hanno invece bisogno di credibilità, di legittimazione, di verità. E la credibilità, la legittimazione e soprattutto la verità non sono valori astratti ma legati come l’edera alle persone che rivestono ruoli pubblici elettivi. Questo scontro durissimo, che è ragionevolmente aspro ma non è mai stato fino ad oggi violento, era atteso da anni dagli italiani e il ceto politico, nel quale si è strutturata da anni una classe dirigente autoreferenziale e autistica, lo ha per decenni temuto. Ora che il vento del disgusto e della riprovazione soffia su piazze e palazzi, e non bastano più gli inciuci (questi sì complottardi e gattopardeschi) a neutralizzarne le folate, quel che resta di quel ceto del fotti e fingi o del bunga bunga, secondo il filone interpretativo edo-ero-pagnottesco del leader del M5S, si ribella e insorge. E non sembra vero di poterlo fare tirando in ballo la presunta eversività di chi lotta nelle istituzioni e nelle piazze per il ritorno della libertà e della democrazia, occultando così la lucida follia di chi ha “democraticamente” distrutto il Paese.

Lo sparatore di Palazzo Chigi non ha una sola attenuante, sia ben chiaro. Un personale politico, però, capace soltanto di censurarne il gesto estremo, senza porsi il problema della disperazione sociale, del bisogno che sale, della corruzione che costa ogni anno in Italia più di una legge finanziaria, di un ceto politico in larga parte compromesso con l’anti Stato ed espressione di lobbies onnivore e spietate; una politica incapace di (pre)sentire l’isolamento e l’impotenza sempre più diffusi degli italiani e di cogliere il loro sofferto e malfermo equilibrio anche psichico; una politica così ridotta, che archivia e sotterra qualche volto che riscuoteva la fiducia della gente e riapriva i conti con la speranza, non svolge più ruoli e funzioni che dovrebbe ricoprire.

Immaginate, per un attimo, se in questa palude si spegnessero le voci, anche le più estreme e ribelli, del dissenso. Sarebbe una notte fonda che non lascerebbe individuare più nulla, nemmeno i confini delle cose (e dei valori). La ripugnanza e la decenza sarebbero identiche e, forse, anche la libertà e la schiavitù. Alla profonda malinconia sociale seguirebbe il deliquio collettivo: e questa condizione – certamente più dell’orribile violenza cieca di questa mattina – significherebbe davvero la fine inesorabile della democrazia.

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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