Gio. Ago 22nd, 2019

I Confronti

Inserto di SalernoSera

La confusione distrugge il corpo della politica

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di Alfonso Liguori
di Alfonso Liguori
L'attore Alfonso Liguori
L’attore Alfonso Liguori

Siccome se ne parla, anzi straparla, sarà forse il caso di metter giù qualche riflessione sulle proposte del sindaco di Firenze e sulle conseguenti esternazioni degli italici politicanti.

La prima, molto velocemente, riguarda la prospettiva di sforare il tetto del 3% impostoci dalla Unione Europea. Ebbene: ci hanno detto e ridetto, bombardato in ogni modo, convinto oltre ogni nostra volontà che il problema dei problemi era ed è il “debito pubblico”. Ma se si sfora, non si fa ancor più debito pubblico, visto oltre tutto che il rendimento dei nostri titoli di stato, non ostante il calo dello spread, dovuto certamente non a nostra affidabilità, è praticamente rimasto immobile, anzi pare sia ulteriormente salito di uno 0,1%? E come si inserisce il problema pareggio di bilancio in questa visione “sfondamento in alto”?

Qualcosa non quadra, e quel che mi pare sfondare sempre più è la schizzofrenia, soprattutto verbale dei nostri politici, con ricaduta quasi criminale sulla psiche degli italiani, che cominciano davvero a non sapere più chi sono.

Ossessivamente il presidente Ciampi ripeteva che l’Italia è un grande Paese. Proprio lui, che ci fece il fatidico e mortale regalo del “vincolo esterno”. Siamo un popolo di sfaccendati, corrotti, truffatori, evasori, ecc. ma siamo un “grande Paese”. Se siamo “grandi” forse siamo anche adulti, e allora quale era la necessità di un padre putativo che limitava e limita i nostri comportamenti?

Forse tante tragedie, tanti suicidi di imprenditori sono accompagnati anche da questa schizzofrenia verbale, nella quale c’è di sicuro chi ci sguazza, ma c’è anche chi la subisce. Come vi sentireste a lavorare quattordici ore al giorno per tenere in piedi la vostra azienda e poi aprire un giornale e trovarci scritto che siete “poco produttivi”? Alla lunga, i nervi saltano.

Ne “L’arte della commedia”, Eduardo De Filippo dice una cosa estremamente chiara: qui non si tratta di crisi, ma di confusione, e la confusione può divenire una cartella di rendita nelle mani dei confusionari. Parlava di teatro, il Maestro, ed era il 1964. Da allora la situazione non è cambiata, anzi pare ben solidamente uscita dallo spazio magico del palcoscenico. Gli effetti li conosciamo tutti.

Il Renzi, come direbbero a Firenze, ha poi proposto un piano per il lavoro, approvato dall’ex ministro Fornero, che lo definisce in linea con la sua riforma (il che, visti i risultati, dovrebbe quanto meno metterci sul chi vive). Poche ore e il suo collega di partito Fassino glielo ha maciullato con una interessante intervista a Avvenire, dicendo, in sostanza, che per i lavoratori la situazione si ingarbuglierebbe ancor di più, segno che all’interno di uno stesso partito non è più questione di diverse anime, ma di divergenti visioni del mondo. Anche il PCI o la DC discutevano e tanto, ma almeno ogni suo iscritto aveva chiara la filosofia di base della propria formazione politica. Le dimissioni del vice ministro dell’Economia, sono state probabilmente per lo stesso una liberazione.

Fassina è il solo, pare, che nel suo partito si stia ponendo un problema realmente politico, che potremmo sintetizzare così: il PD ha investito tutto, tutta la sua credibilità sul progetto Euro/UE; è ormai chiaro che alla stragande maggioranza dei cittadini la UE e la sua moneta provocano l’orticaria, con conseguente allontanamento dai partiti e dalla politica; se l’euro crolla il PD si sfascia totalmente; occorre aprire quel serio dibattito sempre negato all’interno del partito, su politiche alternative a quelle di Bruxelles e tenere pronto un piano B in caso di deflagrazione di tutta l’aria della moneta unica. Fassina, insomma e giustamente, cerca di salvare il suo partito, e in alcuni convegni ha anche chiaramente detto che non si affronta il problema della uscita dall’Euro perché il PD si schianterebbe, ammettendo dunque, implicitamente, che il suo partito, con le ossessive resistenze a piani alternativi – non da attuare necessariamente, ma almeno da dibattere – è divenuto il vero problema della Nazione. Essere non solo parte del PD, ma anche del Governo, voleva dire sforzarsi disumanamente per difendere pubblicamente ciò che Fassina, si capisce ormai, in privato mal digeriva.

L’ultima proposta del nuovo segretario del partito di maggioranza relativa è la più inquietante. E siccome il main-stream continua a parlarcene come la risoluzione di ogni male sarà forse necessario aprire una seria, serissima riflessione con conseguente dibattito su di essa: portare il modello elezione del sindaco a livello nazionale, il cosidetto “Sindaco d’Italia”.

La questione è realmente inquietante e merita un ragionamento articolato – mi perdonerete – la cui necessità spero si diffonda come una epidemia negli anni più bui del Medioevo.

Aprite un qualsiasi quotidiano, una qualsiasi trasmissione tv e sentirete ripetere, peggio dei pappagalli, che la sola cosa buona fatta dalla politica in questi ultimi venti anni è la legge per l’elezione del sindaco.

Ma ne siamo proprio sicuri?

Dal punto di vista democratico è una legge che a me pare uno scempio. Si può, a conti fatti, essere eletti sindaci con il 25%, ma anche meno, degli aventi diritto al voto e prendersi in consiglio comunale il 60% dei seggi. L’opposizione praticamente non ha margini di manovra, se non quello di urlare ogni giorno in attesa di nuova elezioni. Ma come se non bastasse, anche la possibile opposizione/dissenso interno viene a morire: tutto è nelle mani di un solo uomo, che fa e disfa a suo piacimento, e nel caso “malaugurato” che un assessore in disaccordo si dimetta, la giunta non va in crisi. Basta semplicemente che il primo cittadino decida, metta una firma e nomini magari sua sorella al posto del dissidente. Vi pare democrazia?

Questo a livello ideologico, ma ci sono poi i fatti pratici. Abbiamo certamente dimenticato che Catania, veramente sull’orlo del baratro, fu salvata dal Governo centrale, che a Parma in una sola legislatura è stato prodotto un debito di quasi un miliardo di euro, che Roma ha un bilancio che è una voragine e non per colpa di un sindaco solo, che il debito di Salerno è superiore a quello di Detriot e non ostante ciò il mitico De Luca continua a proporre nuovi obbrobri urbanistici, per non dire della fine che ha fatto il mare (città di mare dove si voleva costruire un parco marino finto, ricordiamocelo). Cosa è accaduto a Genova quando il Comune ha prospettato la vendita dei trasporti pubblici ai privati? Quelli di Firenze sono già passati di mano e per far cassa il comune vi impone di pagare pure per entrare nelle chiese (€ 6,00 per Santa Croce). Provate a chiedere a un torinese quanto paga per l’immondizia. Qualcuno ha capito come funziona il sistema dei varchi per il centro a Milano? E il nuovo ponte vicino alla Stazione Santa Lucia a Venezia dove rischiate le caviglie ad ogni passo? Chi ha dimenticato gli sgomberi di Bologna? Come sta Alessandria?

Apriamo il gioco: ognuno ci aggiunga tutto ciò che gli viene in mente.

Resistono i piccoli comuni, forse perché deve essere più facile “raggiungere fisicamente” gli amministratori locali.

Si parlò di grande “stagione dei sindaci”, ma cosa c’era, realmente, dietro. Sicuramente il nostro stupore di cittadini nel vedere realizzate rapida-mente, cose di cui magari la politica parlava da anni. La maggior parte, poi scoprimmo, erano progetti tenuti nel cassetto.

Il decisionismo dell’ “uomo solo al comando” sembrò farci respirare (ventennio – uomo solo, come era possibile respirare?…). Ma già ai secondi mandati cominciarono le delusioni, segno di una scarsissima visione politica, che è sempre visione sul futuro a lungo termine. Svuotati i cassetti, finiti i sindaci.

È vero, una volta la faceva da padrone “l’immobilismo”. Ma anche in quegli anni che oggi la propaganda di regime vuole a tutti i costi farci considerare bui, si “facevano le cose”, forse più lentamente perché una giunta era sempre ostaggio del partitino di turno, ma si facevano. Difatti non siamo rimasti all’età della pietra, e potrete facilmente osservare che i Comuni che funzionavano ieri, funzionano oggi (forse perché ancora vivono di quel fieno messo allora nelle cascine), gli altri, i brutti e cattivi, tali erano e tali sono rimasti.

Era vero immobilismo? Sentivate mai parlare, nei “secoli bui” di Comune a rischio default? Già solo questo dovrebbe spingerci a riflettere visto che alla fine pagano sempre i cittadini.

E già, perché, un altro leitmotiv di questo ventennio è che scegli uno, poi se non ti ha soddisfatto non lo voti più e scegli un altro. Peccato che nel frattempo quel primo abbia avuto la possibilità, indisturbato, di creare una voragine nei bilanci, che poi dovrà essere comunque riempita dalla collettività, senza che nessuno gliene chieda conto. Forse, affianco alla responsabilità civile dei magistrati bisognerebbe introdurre quella dei pubblici amministratori: hai fatto “il buco”?, ci metti il 10% di tasca tua. Ma questa politica arriverà mai a una tale proposta?

La proposta è invece quella di ampliare questo scempio alla Nazione.

E qui è necessario chiedersi il perché.

La parola tormentone è “stabilità”. Lo è stata fin da quando la legge per i sindaci venne proposta. L’intento pareva sano, i risultati li sappiamo. L’inno alla “stabilità” è la colonna sonora dei nostri anni. Ma cosa nasconde?

A mio vedere, l’incapacità dei politici di essere tali e di “fare politica”. Se ci riflettiamo la politica è una sorta di “filosofia applicata”, una conduzione delle cose concrete, della vita di tutti i giorni, considerando le questioni su di una visione a lungo termine, il tutto sulla base di una ideologia portante che ne determina la qualità o il tipo di scelte. Questa visione contemporanea tra breve e lungo termine deve prevedere la “gestione della complessità”, complessità dalla quale non si può prescindere perché la società è complessa, ancor più quella di un Paese la cui storia è caratterizzata dalla riunione di migliaia di storici campanili.

La coscienza di tale compessità contempla un ulteriore elemento: la consapevoleza che nel momento in cui hai risolto o sei sul punto di risolvere un problema ecco sorgerne subito un altro. Poiché essa, la complessità, è in continuo divenire.

E questa gestione comprende contemporaneamente l’azione e la riflessione, il cui punto di contatto politico diviene, quasi sorprendentemente, la mediazione, o per meglio dire un altro elemento che la propaganda ha denotato solo come brutto, sporco e cattivo: il compromesso. Cioè, la ricerca del punto di incontro.

Questa pratica richiede fatica, costanza, pazienza, tempi certamente lunghi, ma lunghi ed efficaci possono essere i risultati perché frutto sì dell’azione ma anche della riflessione che in un tal tipo di esercizio politico si produce quasi in maniera endogena.

Porto ad esempio Salerno, la mia città: non era quella di Alfonso Menna (dal ’56 al ’70) un’epoca in cui “si facevano le cose”? Se questo Primo Cittadino è rimasto nella memoria dei salernitani, un motivo ci dovrà pur essere visto che la “efficace e meravigliosa” legge dei sindaci non c’era.

Negli ultimi trent’anni, invece, la politica ha deciso di modificare il proprio linguaggio, senza considerare (o forse malevolmente sapendolo) che cambiando quello avrebbe anche mutato anche il suo corpo. Si è adagiata nelle spire mortali della comunicazione pubblicitaria, in particolare di quelle della televisione, ha velocizzato e sintetizzato il suo linguaggio, e velocizzandolo e sintetizzandolo lo ha svuotato di significato. Lo slogan sui manifesti, il titolo sul giornale, la frase a effetto, fino al twitt, sono diventati la politica!

Per superare la vecchia politica, e ritrovare un nuovo abito in cui mascherarsi si è scelta la via della “semplicità”, del parlare come parlano i cittadini, si è scelto di abbandonare il “politichese” per indicare una nuova frontiera, che altro non era che un trompe l’oeil, poiché “semplice” è il frutto di un percorso, di una sintesi, non il frutto di “facile”. Nella confusione tra questi due termini, semplice/facile, si è creata la mostruosa modificazione del “corpo”.

Il nuovo sistema comunicativo ha abbracciato mortalmente anche gli elettori, la cui soglia di attenzione ad un ragionamento è scesa vertiginosamente dai ben noti venti minuti a poche decine di secondi. Il “corpo” elettorale decide e sceglie ormai in base alla simpatia, a uno slogan, a una camicia bianca o azzurra, a una immagine televisiva.

Spegnendo l’articolazione del discorso e la capacità di ascolto si è spenta anche la capacità di ragionamento. E spegnendo il ragionamento si è spenta la capacità di gestire la complessità.

La politica è rimasta vittima di se stessa, il suo corpo è divenuto esile, debole, incapace di accogliere “i colpi della avversa fortuna”, refrattario alla pazienza, alla mediazione, all’ascolto, alla mediazione, al compromesso, e sente tutto ciò che si intromette sul suo percorso come una camicia di forza da cui liberarsi.

Perse le forti braccia che le consentivano di pilotare la nave, ecco che la soluzione diviene… la “favola” della sta-bi-li-tà, prendere il 60% della rappresentanza democratica, con un 25% di voti sugli aventi diritto. Attivare, per il corpo fragile, la regola del decisionismo senza mediazioni, senza ascolto, senza compromessi. Mani libere.

La dittatura è già dentro ognuno di noi.

 

 

 

 

 

 

 

 

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