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La consunzione del linguaggio e dell’intelligenza

La consunzione del linguaggio e dell’intelligenza
di Luigi Zampoli

pensiero-filosofia-parole

Le parole sono in crisi. I vocabolari ne contengono tante, troppe che sono utilizzate sempre più raramente nelle nostre conversazioni e il nostro frasario medio quotidiano si dibatte fra quelle poche decine di espressioni che ci consentono un’accettabile livello di comprensione, l’insieme minimo per capire e farsi capire.
La rarefazione delle parole è fenomeno complesso e complessivo, attraversa lingue e linguaggi differenti, s’interseca con i nuovi modi di manifestazione delle nostre volontà.
Esprimere adesione o dissenso rispetto a una scelta che ci viene prospettata, da soggetti istituzionali, economici, privati, con i quali ogni giorno siamo obbligati a confrontarci, non è più un’attività intellettuale affidata a un discorso, alla moltitudine possibile delle parole, ma a una singola, stringata espressione del nostro volere o non volere. La velocità supersonica dei rapporti sociali si riverbera anche sui rapporti umani, per cui le parole diventano uno sforzo a volte vano e, paradossalmente, fuorviante rispetto alle finalità delle intenzioni. Più cerchi di spiegarti e meno risulti comprensibile, quando comprendere richiede un’analisi e un tempo incompatibili con i ritmi che la vita ci impone.
Le parole hanno una loro lentezza congenita, bisogna metterle in un ordine preciso seguendo regole e schemi, per dare senso compiuto al discorso. Oggi sapersi spiegare non è fondamentale, conta solo lo stretto necessario affinché l’interlocutore comprenda il concetto che vogliamo esprimere.
Sinteticità e immediatezza impongono di limare, tagliare, “sfrondare il troppo e il vano”; sono esercizi ai quali siamo obbligati quotidianamente e non solo perché viviamo nell’era dei social network, ma semplicemente perché abbiamo fretta di dire le cose in modo scarno e semplicistico. Conta lo scopo, l’obiettivo, non il modo.
A volte la consunzione del vocabolario arriva a incidere sul significato stesso delle parole: si pensi al termine “sacrificio”. Ricorre sovente in articoli di politica ed economia ed è sempre preceduto dal verbo chiedere; i sacrifici che i governi nazionali e sovranazionali chiedono a noi cittadini. Sacrificio è una parola sradicata dal suo autentico significato, il sacrificio è un libero moto dell’animo, un’azione individuale disinteressata tesa a proprio svantaggio, materiale e spirituale, non un’imposizione altrui, non un obbligo cui sottoporre una moltitudine di persone. Questo è il fenomeno peggiore, la parola svuotata delle sue verità, la parola svenduta e vilipesa.

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