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La Controriforma del Mezzogiorno

La Controriforma del Mezzogiorno
di Carmelo Conte
L' on. Carmelo Conte

L’ on. Carmelo Conte

Il dibattito sulla Riforma Costituzionale risente di una connotazione politica, mal posta da Renzi e strumentalizzata dai suoi avversari, che ne condiziona la finalità. Stanno scivolando nell’indistinto degli spot sia alcune novità positive (abolizione del CNEL e delle Provincie) sia le modifiche retrive, in particolare quelle per il Mezzogiorno. Riguardano, queste ultime, due essenziali profili: uno, riguardante le autonomie locali, che rimette in discussione l’Unità Nazionale, l’altro, economico – finanziario, che lede il diritto alle pari opportunità. Invero, il nuovo disegno costituzionale, che pure ha il merito di distinguere nettamente tra competenze statali e regionali, propone un centralismo strisciante: anziché rafforzare il regionalismo, voluto dai Costituenti “per riformare lo Stato”, fa il contrario, accentua il cosiddetto principio di supremazia. In virtù del quale, il Governo può intervenire, per ragioni d’interesse nazionale non meglio definite, anche sulle più minute questioni di competenza regionale e comunale, quale che sia la loro natura, sanitaria, sociale, ambientale o industriale. Il che farebbe pensare a una maggiore organicità dello Stato, sennonché a una tanto incisiva dilatazione del potere centrale fanno riscontro preoccupanti statuizioni di segno diverso. Tra le quali,   la non applicabilità della Riforma Costituzionale alle regioni a statuto speciale: Sicilia, Sardegna, Valle d’Aosta, Friuli-Venezia Giulia e Trentino-Alto Adige (costituita dalle province autonome di Trento e Bolzano). Cui si aggiunge la possibilità, per le regioni a statuto ordinario, di chiedere e ottenere “autonomia” anche su materie di competenza dello Stato. Facoltà che è riservata, però, solo alle regioni che hanno il bilancio in pareggio, condizione che, per ragioni storiche, non ricorre per le regioni meridionali. Avremo, quindi, tre gerarchie di autonomia, quella delle regioni a statuto speciale, quella delle regioni più sviluppate e quella di Campania, Basilicata, Calabria e Puglia (e Lazio). Ma non basta. Dalla costituzione del 1948 è stato espunto il dovere dello Stato a fare fronte allo squilibrio tra il Nord e il Sud: ora può intervenire indistintamente per Comuni, Città Metropolitane e Regioni sulla base d’indicatori di costi standard, avendo a riferimento la spesa storica e il fabbisogno in essere. Il che istituzionalizza la diseguaglianza e mina l’unità territoriale e sociale della nazione, uno dei principi immodificabili della Carta costituzionali. Sono aspetti che meritano una risposta (garanzia) immediata del Governo.  Renzi, che pare non ascolti consiglieri operanti al di sotto del Garigliano, deve sapere che da ciò, e dal malessere che viene dal profondo della società, dipenderà in larga misura il voto meridionale del 4 dicembre che, allo stato, è, a ragion veduta, ampiamente favorevole al no. Un no diversamente politico, non anti Pd, che reclama “ cittadinanza uguale.”

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