La corruzione dilagante e il sano sconcerto del professor Monti

di Andrea Manzi
lettera43.it
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Non è facile decifrare l’atteggiamento “elusivo” che le forze politiche assumono in risposta a talune indagini della magistratura sulla immoralità pubblica. Scatta una sorta di tenaglia dialettica nella quale non finisce quasi mai il fatto della presunta corruttela ma la ipotetica scorrettezza dei magistrati inquirenti nell’indagarlo e perseguirlo. È un’operazione abituale con la quale si sottrae alla valutazione pubblica l’oggetto dell’inchiesta, quindi il dato d’allarme per la civile convivenza, scambiandolo con la critica all’autorità morale, ritenuta carente, di quanti operano per la tutela delle legalità. È un’operazione cinica suggerita, dalla comunicazione politica più avveduta, ai protagonisti dell’attuale stanca scena istituzionale per limitare loro i danni copiosi che la polarizzazione dell’attenzione su scandali gravi e diffusi provocherebbe.
Berlusconi deve aver percepito che, “dagli e dagli”, l’espediente di sostituire il reato con il magistrato potrebbe non pagare più e ha tentato di neutralizzare lo sconcerto sociale seguito alla nuova raffica di scandali con uno dei suoi sperimentati messaggi subliminali. La tangente, se agita sui mercati esteri soprattutto pubblici, cioè nei rapporti commerciali tra governi, egli ha detto, è solo una commissione, inutile quindi demonizzarla con il rischio di veder sfumare concreti affari. Non gli è andata bene, ma contro gli incidenti di dissensi conclamati o sotterranei il Cavaliere non si dà per vinto e impugna con disinvoltura l’arma della smentita, che arriva con puntualità da manuale e con smagliante sorriso durban’s. Per la cronaca riformulata – abbiamo appreso – egli non ha “mai parlato di tangenti”, che sono e resteranno illecite. La pietra nello stagno, però, è stata lanciata soprattutto in direzione di quanti, professionisti della politica (si calcola che gli “addetti” alla nobile pratica in Italia siano all’incirca un milione), sono adusi o perlomeno non indifferenti alla sirena della corruzione. Come a dire, noi siamo la politica – o miei turbati compagni d’arme – sulle nostre spalle c’è l’onere di un’attività tanto pesante, siamo inoltre sotto tiro, ma non vi preoccupate, ci sono io a difendervi contro quanti ingiustamente vi attaccano. E qui, la sostituzione concettuale, è passata da “reato-magistrato” a “tangente-tangentista”. Una sorta di neorealismo esorcistico ben camuffato, insinuato sottotraccia e senza che vi sia stata alcuna sollevazione nemmeno da parte del radicalismo giustizialista di sinistra. Berlusconi, probabilmente, aveva messo nel conto anche questo, che cioè il suo messaggio non sarebbe stato infilzato dagli avversari di partito, tutti più o meno alle prese con il problema della (im)moralità interna e, quindi, inabili all’attività censoria. E questo è indubbiamente un bel risultato per il tattico Cavaliere, intento a dimostrare che in quanto a corruzione nessuna mano passerebbe indenne sul fuoco della prova della verità. Il piatto per il resto piange, piange proprio. Quel che resta della pubblica opinione, infatti, avverte che tali messaggi non sono destinati alla generalità dei cittadini, ma rappresentano “pizzini” da agire in scenari di palazzo, tra quel che resta dei vertici delle fumanti rovine di questa democrazia. L’affermazione del professor Mario Monti (“provo sconcerto per tanta corruzione”) ha pertanto il valore di un ritorno alla civiltà del linguaggio limpido e certo: “sconcerto” non indica un giudizio politico, ma un turbamento, un disagio psicologico, un disordine paralizzante. Che è, poi, quel che pensa la gente. Da un lato, dunque, il falso realismo di conio berlusconiano sulle mazzette, da quest’altro (per fortuna) la presa di coscienza di una disgrazia alla quale, però, gli italiani, volendo, potranno non inchinarsi, ponendovi rimedio. Tangenti e corruzione non sono un meteorite contro il quale devi chinare il capo pregando Iddio che ti lasci indenne, ma attività illecite, spregevoli e volontarie, che, tra l’altro, hanno per la comunità il ragguardevole costo di sessanta miliardi l’anno, più di una Finanziaria.

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