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La corruzione uccide il Sud

La corruzione uccide il Sud
di Andrea Manzi
Andrea Manzi

Andrea Manzi

La questione meridionale non esiste più o, per dir meglio, di essa si è smesso di parlare a causa di una rimozione che indigna. L’allarme fu lanciato da Corrado Stajano sul Corsera. Si sta compiendo, scriveva il saggista, il primo cinquantennio di solitudine intorno al tema centrale della vicenda italiana. Il fervore analitico e critico sulla modernità compromessa del Meridione, che aveva dato vita a severi studi negli anni ’50, ’60, ’70 (all’inizio degli anni ’80, l’eco delle discussioni era ancora vivissima), si è infatti spento travolgendo il lavoro incessante delle riviste “Nord e Sud” e “Cronache meridionali”. Nei pochi e dissennati decenni successivi, tra “investimenti” delle partecipazioni statali, piani contro le emergenze, iniziative di commissariati straordinari, cassa depositi e prestiti, progetti gestiti dai patti territoriali, altri piani frutto di programmazioni centralizzate o negoziate, sono stati spesi ufficialmente per il Sud centinaia di miliardi di euro, con tutti i guasti irreparabili che ne sono conseguiti, dalla industrializzazione senza senso e senza mercati alla pletorica burocrazia messa su per gestire il disastro.

Sono stati anni di silenzio complice: dietro il vuoto di parole (e denunce) si è nascosta la più colossale ruberia di Stato, alla quale hanno contribuito forze politiche, classi dirigenti e lobbies ingorde, in pratica i nemici di quel meridionalismo che si è ritenuto di far tacere per evitare il rischio delle sue critiche e della sua voce alta e forte.

Il vuoto è stato parzialmente colmato dal libro del più grande meridionalista vivente (“l’ultimo meridionalista” secondo Stajano). Parliamo del salernitano Giovanni Russo, tra le firme più autorevoli del Corsera, nato alla grande scuola del “Mondo” di Pannunzio. “Nella terra estrema. Reportage sulla Calabria” (Rubbettino), uscito l’estate scorsa, documenta cinquant’anni di malaffare e di violenze al territorio, di industrie inutili, di scandali pubblici infiniti, di burocrati cinici, di promesse tradite, in una parola della Calabria figlia e nipote di Corrado Alvaro, ricacciata nella sala d’attesa della storia e della civiltà democratica. Il libro di Russo narra inoltre della sfiducia che è seguita agli anni delle truffe e delle rapine nonché della rinuncia ad investire degli imprenditori autentici. Questi ultimi hanno smobilitato lasciando il campo alla criminalità e ai faccendieri del palazzo.

Vittorio Teti, nell’introdurre il libro, pone l’accento sul valore della vera inchiesta giornalistica quale è certamente quella di Giovanni Russo, un’inchiesta audace e libera che cerca la verità dei fatti con pazienza certosina e fa conoscere i fatti con chiarezza esemplare. Russo, in questo libro, ha raccolto articoli, reportage, analisi redatti in cinquant’anni di impegno cronistico appassionato. E il giornalismo civile è una trincea entusiasmante, allora come oggi, ma a condizione che sia frequentata da uomini liberi e incorruttibili.

Il disastro nel Mezzogiorno di questi anni, del quale anche grazie a Giovanni Russo si ricomincerà a discutere (almeno, questo è l’auspicio), non è originato dalla contrapposizione politica per così dire “progettuale” e strategica, ma da un calo dell’etica pubblica oltre che privata, che ha contrabbandato per “politiche” scelte imposte da una corruzione sempre più diffusa.

Giuseppe Vacca e Franco Malgeri, analizzando la condivisione della “questione meridionale” da parte di Antonio Gramsci e Luigi Sturzo, raccontano di come entrambi fossero d’accordo nello stigmatizzare lo sguardo corto della politica liberale, che non seppe (o non volle) considerare questo problema come emergenza nazionale. Soltanto lo sviluppo armonico di tutta l’Italia, sostenevano Gramsci e Sturzo, avrebbe salvato l’Italia dal disastro. Nel 1918 Gramsci salutò la nascita del partito dei cattolici italiani come “il fatto più grande della storia italiana dopo il Risorgimento”. E il prete di Caltagirone convenne con l’uomo politico e pensatore sardo sulla necessità, per l’Italia, di dotarsi di “un modello di sviluppo dualistico fondato sulla proiezione centro-europea dell’economia industriale del Nord e sulla proiezione mediterranea dell’economia del Mezzogiorno…”

Altri tempi, altri uomini. Ma l’Italia, senza di loro, affonda sempre di più.

(I Confronti-Cronache del Salernitano)

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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