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La Costituzione, bella eppure a volte inattuale

di Leonardo Guzzo

costituzione_italiana_60anniLo scorso 27 dicembre la Costituzione della Repubblica Italiana ha festeggiato settant’anni dopo essere scampata, poco più di un anno prima, all’ennesimo rischioso “attentato”. Festa col botto, dunque, per “la più bella del mondo”, salvata dalla volontà popolare, dalle incongruenze della cosiddetta riforma Boschi e da una certa aura mitica che si ripropone periodicamente, con tanta più forza quanto più è forte la tentazione di mettere mano all’impianto della Carta. Festa grande per la memoria dei “padri costituenti” e per lo “spirito della Resistenza”, assai meno per un manipolo di incalliti, per quanto ragionevoli, contestatori – i più trapassati – che certo, dal paradiso degli intellettuali, storceranno il naso. Personalità del calibro di Gaetano Salvemini e Indro Montanelli, maestri di disincanto verso la vulgata storica e la mitologia della costituzione perfetta, critici irriducibili dell’operazione “politica” che portò a delineare e approvare la “legge fondamentale” del 1948.

In particolare Montanelli, nelle pagine della sua poderosa Storia d’Italia e in vari altri scritti e interventi, parla della Costituzione senza retorica e cautele cerimoniose, in termini che, pur influenzati da convinzioni personali, rappresentano un riferimento obbligato per qualunque disamina a tutto tondo della Carta. A scanso di equivoci, Montanelli elogia la Costituzione come il frutto di ingegni “quali forse l’Italia non ritrovò più in seguito” e le riconosce, in certe parti, valore e attualità. Ma allo stesso tempo, impietosamente, ne sottolinea i difetti, a cominciare da un processo formativo farraginoso e da un impianto istituzionale pesantemente condizionato dall’esperienza della dittatura.

Il testo della Costituzione fu elaborato dalla cosiddetta “Commissione dei Settantacinque” che raccolse e montò pezzi preparati da svariate sottocommissioni, prima del voto finale da parte dell’assemblea costituente. Il risultato è, per Montanelli, un prodotto ineguale, un mosaico di tasselli che non sempre collimano, un’opera di fine artigianato, indubbiamente preziosa ma grezza. Dal punto di vista istituzionale, poi, la Costituzione è figlia della paura di un ritorno alla dittatura fascista e del timore reciproco dei maggiori partiti, DC e Blocco del Popolo, preoccupati di “mutilare” il potere di controllo dell’avversario in caso di sconfitta alle imminenti elezioni politiche. Tanta apprensione si traduce in un modello fondato sulla debolezza dell’esecutivo e la forte centralità del parlamento, per nulla mitigata dai correttivi adottati in altre costituzioni europee e anzi aggravata dal bicameralismo perfetto e dal vasto istituto della riserva di legge. Nelle intenzioni dei costituenti la preminenza del parlamento avrebbe dovuto esaltare la sovranità popolare, e invece, nella pratica, ha aperto un varco sempre più ampio alla lottizzazione e alla partitocrazia.

Fin qui l’aspetto organizzativo. Ma la critica di Montanelli non si appunta solo sulla seconda parte della Carta, tradizionalmente oggetto di discussioni e riserve: anche la prima parte, quella relativa ai principi generali, ne è investita in pieno. Nell’iconografia classica la Costituzione del ’48 è rappresentata come un compromesso tra quattro grandi correnti di pensiero: liberalismo, democrazia, socialismo e cristianesimo sociale. Un compromesso tanto più mirabile in quanto non si limita a enunciare principi astratti, ma scende nel dettaglio fissando norme precettive e di immediata applicabilità. Un capolavoro, insomma: da non intaccare per evitare di deturparlo.

Montanelli ridimensiona drasticamente il quadro. Più che il compimento degli ideali risorgimentali, a suo dire, la Costituzione è un “ibrido ambiguo” di marxismo e cristianesimo, ideologie estranee al Risorgimento e ostili all’unità nazionale, in contrasto più o meno stridente col liberalismo. L’impronta marxista sarebbe evidente nei limiti e nella funzione sociale imposta alla proprietà privata, nella sistematica prevalenza degli interessi collettivi su quelli individuali, nella stessa idea di solidarietà, garantita dall’intervento statale piuttosto che dalla libera iniziativa dei cittadini; l’influenza del cristianesimo, invece, si coglierebbe nella “costituzionalizzazione” dei Patti Lateranensi e nel tono messianico, o nell’astrattezza ultramondana, di certe norme. Nel complesso la Costituzione del ’48 sarebbe non lunga ma verbosa, intrisa di solennità ma incapace di entrare nell’aspetto pratico dei problemi; spesso animata da spirito di rinvio, tanto da demandare alla legge l’attuazione di molti principi; talvolta vaga, al punto di consentire interpretazioni assai diverse e la sopravvivenza di istituti vecchi, addirittura mutuati dalla dittatura.

Sul piano politico, secondo Montanelli, il lavoro dei costituenti segnò il trionfo del “ciellennismo”, del consociativismo antifascista, mai più ripetuto nella storia repubblicana e ormai abbondantemente superato dai tempi. Quanto alla lunga intangibilità della Costituzione, poi, più che il frutto delle sue virtù, essa è sembrata il riflesso di una certa inconcludenza italiana. Siccome niente si porta mai a termine, nelle sabbie mobili del Belpaese, una volta che una cosa si fa accade di esaltarla a dismisura. L’intangibilità acquisita dalla Costituzione era per Montanelli il sintomo del deterioramento della classe politica italiana (ritenuta dai suoi stessi esponenti incapace di mettere mano alla Carta senza provocare danni) e insieme del clima di sospetto regnante tra i partiti. Per quasi settant’anni, e specie negli ultimi trenta, nessuno ha voluto assumersi la responsabilità di riformare e nessuno ha voluto lasciarla alla controparte. Il risultato è stato la sopravvivenza forzata di una Costituzione “vecchia e invecchiata male”, fondata su un modello sociale anacronistico e su un sistema politico troppo fragile e permeabile al malcostume.

Sarà che le tesi di Montanelli rappresentano il punto di vista di un bastian contrario, un intellettuale “di destra” che si sentiva in qualche modo escluso dallo spirito della Carta, sarà che la recente fiammata di affetto per la costituzione del ’48 le rende ancor più antipatiche e tendenziose, eppure le vicissitudini di oltre settant’anni di repubblica, di un’Italia perennemente sospesa tra inveterate abitudini e bisogno di catarsi denunciano un malessere antico e radicale, un’incongruenza tra valori fondanti e pratica politica che getta un’ombra almeno sull’efficacia della “legge fondamentale”. Se lo spirito è puro e i principi hanno ali, quanto e come la costituzione più bella del mondo ha effettivamente plasmato la realtà?

 

 

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