La crisi dei nostri tempi e la “profezia” (fraintesa) di Pasolini

La crisi dei nostri tempi e la “profezia” (fraintesa) di Pasolini
di Pasquale De Cristofaro
Italo Calvino e Pierpaolo Pasolini

C’è un punto fondamentale nell’ultimo Pasolini che potrebbe spiegare, forse, l’incomprensione che molta parte dell’intellettualità di sinistra proverà intorno alle sue tesi bollate, senza appello, come pericoloso sentimentalismo irrazionalistico. Nel suo periodo corsaro-luterano (1974-75), Pasolini assumerà sempre più un atteggiamento di struggimento luttuoso verso il sacro e verso il disastro prodotto nella società da un rampante neo-capitalismo che stava secolarizzando ogni cosa. Dinanzi a un simile atteggiamento mentale, gli intellettuali di sinistra non poterono restare indifferenti, accusando e annoverando il poeta di Casarsa tra quei pensatori che declinavano un troppo sospetto elogio del passato arcaico-contadino contro i guasti della neo-modernità. Il tono profetico, il pessimismo acuto, il tramonto oggettivo delle magnifiche sorti progressive, gli anatemi anti-illuministici, rendevano il suo modo di pensare ostico e indigesto. I suoi scritti furono catalogati come epigoni di un pensiero rivoluzionario-conservatore nella scia di Oswald Spengler, Ernest Junger e Carl Schmitt, tutti pensatori di destra. Ora, vale la pena, ascoltare quello che lo stesso Pasolini scrive per rispondere a queste accuse: (…) Il potere non è più infatti clerico-fascista, non è più repressivo. Non possiamo più usare contro di esso gli argomenti – a cui eravamo tanto abituati e quasi affezionati – che tanto abbiamo adoperato contro il potere clerico-fascista, contro il potere repressivo. Il nuovo potere consumistico e permissivo si è valso proprio delle nostre conquiste mentali di laici, di illuministi, di razionalisti, per costruire la propria impalcatura di falso laicismo, di falso illuminismo, di falsa razionalità. (…) Ha portato al limite massimo la sua unica possibile sacralità: la sacralità del consumo come rito, e, naturalmente, della merce come feticcio.
A tale obiezione, cercherà di rispondere, a due giorni dalla drammatica scomparsa del poeta, con pietosa pacatezza senza però nessuna concessione, Calvino. Il quale, pur concedendo l’onore delle armi dice con fermezza: (…) constatato che il mondo che è venuto fuori è molto più complicato e peggiore di quanto le previsioni razionali annunciassero (…) non è possibile idealizzare un mondo perduto che portava in sé tutti i germi della presente corruzione.
Le civiltà più arretrate, solo quando costituivano un mondo organico, una totalità armonica, potevano avere dei vantaggi sulla nostra. Nel nostro passato immediato era solo qualche sopravvivenza degradata di altre civiltà che ci portavano dietro, e che anziché prepararci al domani lo rendevano più catastrofico. Come è possibile notare, mondi nonostante tutto inconciliabili.

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