Ven. Ago 23rd, 2019

I Confronti

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La cultura come via della ripresa. Ma nel Sud resta un’utopia

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Rapporto 2012 sull’Industria culturale in Italia</a>” che, elaborato da Fondazione Symbola ed Unioncamere ed intitolato significativamente “L’Italia che verrà”, fornisce un’interessante fotografia del peso economico ed occupazionale dell’industria culturale nel nostro Paese.
di Vera Arabino

La via italiana per combattere la crisi è la “cultura”. E’ quanto emerge dal “Rapporto 2012 sull’Industria culturale in Italia” che, elaborato da Fondazione Symbola ed Unioncamere ed intitolato significativamente “L’Italia che verrà”, fornisce un’interessante fotografia del peso economico ed occupazionale dell’industria culturale nel nostro Paese.
I numeri sono davvero consistenti: la cultura in senso stretto (industrie culturali, industrie creative, patrimonio storico-artistico e architettonico, performing arts e arti visive) frutta al Paese quasi il 5,4% della ricchezza prodotta, pari a circa 76 miliardi di euro e dà lavoro ad un milione e quattrocentomila persone, che rappresentano il 5,6% del totale degli occupati del Paese e, se si prende in considerazione l’intera “filiera della cultura”, comprendendo i settori collaterali attivati, il valore aggiunto prodotto tocca addirittura il 15% del totale dell’economia nazionale, impiegando ben 4 milioni e mezzo di persone, ossia il 18,1% degli occupati a livello nazionale. A colpire ulteriormente è sia la forte proiezione all’estero (nel 2011 sono stati esportati beni culturali per oltre 38 miliardi di euro), sia la forte tenuta occupazionale, malgrado l’attuale crisi economica.
Come al solito, però, il Mezzogiorno è fanalino di coda. Nell’industria culturale la fa da padrone il Centro Italia, dove si attesta al 6,1% del valore aggiunto contro il 5,9% del Nord ovest, il 5,5% del Nord est e, appunto, appena il 3,8% del Sud (meno di 11miliardi di Pil).
Tra le regioni, per il valore aggiunto è in particolare il Lazio a presentare l’incidenza più elevata, (6,8% del totale regionale), seguito a pari merito da Lombardia, Marche e Veneto tutte con una quota intorno al 6,3%, e il Piemonte con 5,8%. Con riferimento agli occupati dell’industria culturale, risulta in testa il Veneto (7,0%), mentre al secondo posto si collocano le Marche (6,9%), seguite da Friuli Venezia Giulia, Lazio, Toscana e Lombardia.
I risultati del Centro Italia si debbono però anche alla Toscana, che segue il Lazio con una quota di imprese culturali sul totale regionale non molto distante (le quasi 35 mila imprese incidono per l’8,3%). Tra le altre realtà a maggiore presenza di imprese culturali sono da annotare Friuli Venezia Giulia (al quarto posto della graduatoria regionale, con una quota dell’8,0%), Veneto, Valle d’Aosta e Marche (che superano tutte la soglia del 7%).
Il Mezzogiorno, con una incidenza media del 6,1%, mostra valori sorprendentemente esigui per ciò che riguarda regioni che pure avrebbero tutte le carte in regola per fare economia con la cultura, come la Sicilia (3,2% di valore aggiunto sul totale economico), la Campania (4,3%) e la Puglia (3,9%).
Guardando ai dati provinciali, la graduatoria nazionale pone Arezzo al primo posto nel 2011 sia con riferimento al valore aggiunto, sia per quanto concerne gli occupati (rispettivamente 8,4% e 9,8% del totale dell’economia aretina). Nelle prime dieci in classifica non figura neanche una provincia meridionale. Nel caso del valore aggiunto delle imprese culturali, le province di Pordenone (8,0%), Pesaro e Urbino (7,9%) e Vicenza (7,9%) presentano valori elevati, ma spiccano anche le grandi province metropolitane di Milano (8,0%), al terzo posto, Roma (7,6%), al sesto, e Firenze (6,3%), al dodicesimo. La prima provincia meridionale è Matera (con un’incidenza del sistema produttivo culturale sul pil pari al 4,8%), la prima campana è Benevento con il 4,2%, Napoli è al 3,7% e Salerno si attesta al 3,6%.
Fin qui i numeri. Più interessante è leggere l’analisi ed il viatico tracciato per l’Italia che verrà e che vorrà investire sulla cultura come volano produttivo, economico, occupazionale.
Premesso infatti che “la cultura non è solo passato, ma soprattutto presente, progresso e sostenibilità e rappresenta l’origine e la frontiera della competitività del nostro made in Italy”, il rapporto targato Symbola e Unioncamere mette l’accento sulla necessità di essere più competitivi sullo scenario globale dove il nostro Paese ha perduto costantemente terreno nel corso dell’ultimo secolo. Se all’inizio del Novecento l’Italia era dominatrice incontrastata nel campo dell’arte e dell’architettura ed era seconda solo ai francesi nel design e nella moda, nel 2000 risulta settima nell’arte, nel teatro e nel cinema, è sesta nell’architettura, è quarta nel design, è terza nel cibo e nella moda. Questo perché i nostri “competitor globali” hanno lavorato sul tema dell’identità culturale non soltanto in termini di “rendita”, facendo cioè leva soltanto sulle glorie del passato o, nel caso di settori creativi come la moda o il design, del passato prossimo, ma hanno saputo investire sul rinnovamento e il rafforzamento del potenziale creativo attuale. Non è un caso che l’unico settore che ha guadagnato posizioni sulla scala globale sia quello del cibo: è infatti l’unico settore culturale e creativo nel quale in Italia, negli ultimi anni, si è fatta una reale politica di crescita del pubblico in termini di informazione e sensibilità alla cultura del territorio.
Ed è proprio dal territorio, secondo Symbola ed Unioncamere, che bisogna ripartire per rilanciare il modello italiano di sviluppo a base culturale, mettendo in atto delle strategie di sviluppo locale che possono tradursi in modo diretto in concrete azioni di politica territoriale. Alcuni esempi? Gli “incubatori di imprenditorialità creativa” vale a dire il recupero degli edifici di pregio storico-architettonico come innovativi spazi di elaborazione di pensiero ed ancora gli “acceleratori design-oriented” ossia la ridefinizione creativa di produzioni, artigianali e industriali di qualità, dal forte radicamento territoriale e dal forte contenuto potenziale di design. Ci vogliono poi i cosiddetti “spazi di relazione” ossia, piuttosto che programmare l’apertura di spazi culturali per flussi di turisti sporadici, sarebbe auspicabile restituire il patrimonio storico-artistico alla quotidianità dei residenti delle città, rendendolo un luogo abitato ed abitabile, con una programmazione di attività a ciclo continuo a forte caratterizzazione culturale. Largo, infine, anche agli “spazi residenziali per artisti e professionisti creativi” per mettere a punto un programma continuativo di scambi di talenti, progetti e competenze con altri territori e agli “spazi di produzione di conoscenza” ossia ad autentici centri di formazione e di ricerca di respiro internazionale.
In questo modo, il progetto di sviluppo locale può dare vita ad un vero e proprio “masterplan culturale della città e del suo territorio”, riconfigurandola come sistema urbano pienamente inserito negli scenari di opportunità e nelle nuove prospettive imprenditoriali aperte dalla crescita della produzione culturale e creativa. In ogni caso, conclude il rapporto, occorre operare una discontinuità netta che crei spazio per quelle risorse e quelle opportunità, che sono state finora marginalizzate se non addirittura mortificate. La cultura rappresenta forse la risorsa per antonomasia che è stata soggetta negli ultimi decenni ad un rituale di degradazione del tutto incomprensibile e dissennato per un paese come il nostro.

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