La cura della mamma alla crisi

La cura della mamma alla crisi
di Giuseppe Foscari *
Il professor Giuseppe Foscari
Il professor Giuseppe Foscari

Non sono un economista e, di questi tempi, professarsi tale non suona proprio come un vanto, diciamo la verità. So di fare un torto a molti miei bravi colleghi, ma gli economisti, i teorici dell’economia, preciso, hanno capito poco di ciò che stava accadendo. Non hanno saputo prevedere la crisi, né l’inizio né la portata, non ne hanno intuito la durata, sostenendo che fosse breve e poco dolorosa, hanno rispolverato la crisi del 1929 per comprenderne le similitudini, sino a scoprire che questa è anche peggiore. Insomma, una bocciatura su tutti i fronti, dietro numeri, formule e alchimie confuse ed errate. Pensate che nel tempo abbiamo sentito parlare di tagli alla spesa pubblica, di austerità come rimedio alla crisi, di urgenza di consolidare le tasse o incrementarle per far fronte alle esigenze statali, di necessità di avere una banca europea che stampasse moneta, si è parlato anche di decrescita, eccetera.

Se c’è un nome che sta girando da tempo è quello di Keynes, richiamato come genio che aveva trovato il modo per risollevare le economie in situazioni di crisi così gravi, mediante una politica per stimolare i consumi dei cittadini accompagnata anche da una politica di investimenti pubblici in infrastrutture. Il tutto per stimolare la domanda in periodi di grave disoccupazione come questi.

Ma uno Stato come l’Italia deve fare i conti con un pesantissimo fardello, l’ossessione delle ossessioni: un gigantesco, colossale, sproporzionato, debito pubblico, pari a oltre 2.000 miliardi di euro, con uno Stato che ha speso, cioè, più di quanto incassava sotto forma di tassazione.

La cosa più drammatica è che nonostante le manovre tutte lacrime e sangue degli ultimi anni, soprattutto da parte del governo Monti, questo debito pubblico, del quale abbiamo tutti piena contezza, ha ripreso a risalire pesantemente.

Per quanto tempo un genitore può spendere ogni mese più di quanto guadagna? Chi sarebbe così folle da continuare a dilapidare, a indebitarsi, a sperperare? E se fosse così folle, non ci penserebbe il compagno o la compagna a tirargli le orecchie e a rabbonirlo?

La verità è che non siamo stati brave massaie, ci siamo affidati a politici che hanno speso tutto e oltre il tutto disponibile, senza combattere mai una corruzione fin troppo palese ma sempre negata. Dal milione di posti di lavoro agli ottanta euro in busta paga è una litania di fallimenti.

C’è un dato aggiuntivo di fine anno: nonostante una ripresina economica che pare stia iniziando, con una lieve crescita dei consumi, si perderanno ancora altri posti di lavoro. Ma come? Non ci avevano detto che aumentando i consumi ripartiva tutto, anche l’occupazione? Dov’è l’inghippo?

Nessun inghippo. È che va così, deve andare così, dicono sempre loro, gli economisti. A cui ci siamo pure riaffidati per sapere come uscire vivi dalla crisi finanziaria globale.

Mia madre, che era nata nel 1927, da donna onesta e con alti valori morali, avrebbe tirato su le maniche della camicia, avrebbe risparmiato su tutto, imposto la sobrietà a tutti noi, avrebbe spento la stufa e ci avrebbe fatto indossare un maglione in più, attenuato i consumi, tranne quelli alimentari necessari, stretto la cinghia, riciclato il riciclabile, comprato solo ciò che serviva davvero. Niente spese folli, niente di niente. Ha fatto così nella crisi degli anni Settanta e ne siamo venuti fuori senza la corsa ai consumi inutili nella quale vogliono farci entrare, una volta di più.

Sarà pure nostalgia di mia madre, ma almeno lei sapeva bene cosa fare.

 

* Professore di Storia dell’Europa presso il Dipartimento di Scienze Politiche, Sociali e della Comunicazione dell’Università di Salerno

 

redazioneIconfronti

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