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La De Luca dinasty, i due Infanti e un re travicello

La De Luca dinasty, i due Infanti e un re travicello
di Andrea Manzi
Enzo Napoli, sindaco di Salerno

Enzo Napoli, sindaco di Salerno

Fa davvero un po’ impressione la scena insistita del re travicello accompagnato dai due spagnoleschi e ansanti Infanti salernitani. A Salerno la campagna elettorale del Pd cede quote di realtà e guadagna spazi di (psico)animazione collocabili ormai al limite del teatro. È una “metafora del mondo”, questa città finita lungo la frontiera della libertà, che contrabbanda la deformità di una democrazia ammalata con un presunto valore di innovazione e di ricambio generazionale. E tutto questo dispiace molto per Enzo Napoli, un maturo e onesto operatore politico che, francamente, non merita il ruolo di “domestico” di una comunità chiusa, sottoposto, com’è, alla tutela spudorata dei figli del rais. Sono scene inaccettabili quelle che si ripetono quotidianamente in questa campagna celebrativa degli pseudo-successi del regime degli “eletti”. E così si vive in un’atmosfera brutalmente regressiva – irachena o sudamericana, tutto fuorché europea – la parabola di un potere avvitato sul controllo familiare, sulla cooptazione selvaggia degli addetti alle centrali di potere. Gli ingredienti per una soap opera, del resto, ci sono tutti: uno dei due Infanti è indagato in un processo nel quale i reati, secondo l’accusa, sarebbero stati commessi in concorso con personaggi che agivano in un’area di affarismo municipale; l’altro, un giovane culturalmente attrezzato, è stato sottratto prima del dovuto al suo percorso formativo, perché “nominato” ex abrupto, dal regime paterno, “team manager” del sindaco in carica (con un capovolgimento del piano della realtà non solo illogico ma irriguardoso e insolente). È un’occupazione del potere che, da strisciante, è diventata palese e tenta senza pudore, alla luce del sole, l’aggancio del governo istituzionale locale con lo stesso guizzo prensile con cui potrebbero essere annessi beni materiali alla propria famiglia.
Anche per queste vicende la vita pubblica a Salerno si svolge ormai nell’angusto spazio che intercorre tra l’apatia e lo scambio personale. Siamo arrivati allo stadio della democrazia “per assuefazione”, direbbe il professore Gustavo Zagrebelsky, in un clima che di democratico ha solo la parvenza. Nessuna voce osa levarsi per denunciare la deriva della nostra politica verso la gestione particolaristica e la trasmissione dinastica. In venticinque anni si è compiuto un lungo virtuoso percorso, dal parassitismo di Stato al clientelismo localistico. Questo è il bilancio, tale l’orizzonte. Qualche improvvisa mobilitazione di libere coscienze, che pure è avvenuta in questi anni, resta al livello di reviviscenze. Non si radica, vive di lampi.

Roberto (a sinistra) e Piero De Luca

Roberto (a sinistra) e Piero De Luca

Più che le battaglie politiche, impossibili in un territorio privo di libertà e di autodeterminazione, sarebbe ora di varare a Salerno una grande operazione pubblica in favore dei diritti individuali. Difendere il Diritto (e non i diritti) sarebbe iniziativa più “strategica” e giusta, si obietterà, ma i tempi lunghi non sono più tollerabili in un regime che non garantisce da decenni le pari opportunità, che ha impoverito la comunità per favorire e radicare gli interessi di pochi e nel quale non si ha più fiducia nemmeno nel controllo di legalità. Mentre gli Infanti girano tra le ombre plaudenti, calcando le orme paterne nella celebrazione della civitas del “rinascimento deluchiano”, è ancora impressa nella mente dei cittadini la recente, “inaugurazione” elettorale di una Cittadella giudiziaria chiusa (per almeno altri due anni, se tutto andrà bene…) con i vertici della magistratura locale in prima fila. Proprio come in una parata.

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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