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La democrazia non tollera le istituzioni occupate dai barbari

La democrazia non tollera le istituzioni occupate dai barbari
di Aniello Manganiello
don Peppe Diana

don Peppe Diana

La difficoltà di mettere su una compagine di governo che crei l’illusione di una duratura azione comune è un buon segnale: ormai le forze politiche che tanti colpi hanno assestato alla nostra democrazia sono incalzate dal Movimento di Grillo che, con tutti i limiti che certamente avrà, vigila su questo terreno anche per tutti noi. Le elezioni di domenica e lunedì scorso hanno messo a confronto due concezioni della democrazia e della libertà: una svuotata di ogni profilo etico, totalmente disancorata dall’ideale della libertà e del servizio gratuito – insisto, gratuito – da rendere agli altri, quindi una politica di stampo professionale e manageriale, ma forse più ancora societaria e lobbistica. E, poi, c’è una seconda democrazia possibile che tenta di far ritorno agli ideali di libertà, di giustizia sociale, di cooperazione, di solidarietà, una democrazia che ha deciso di entrare in rotta di collisione con l’altra, la democrazia travestita, bugiarda e ingannevole che ci ha sfruttati e illusi per decenni.

Noi siamo per questa seconda modalità di esperienza democratica, e sentiamo di essere su questa sponda insieme con l’Italia che lavora, che stenta, che ha fame e, soprattutto, che è stanca di vedere all’opera combriccole poco raccomandabili che, sotto la bandiera di partiti e partitini, vanno ancora all’assalto dello Stato con il solo obiettivo di conquistare denaro, agi e visibilità pubblica, in una parola potere per il potere.

Noi siamo per la partecipazione alla vita pubblica che torni ad essere un onere non retribuito, faticoso, e che debba riguardare soltanto coloro che sentano il dovere di impegnarsi per gli altri con totale disinteresse, per un servizio da compiere. Per questo motivo, sono opzioni di fondo e non corollari trascurabili le istanze – da qualunque parte esse provengano  – che pongono i temi  dell’abolizione dei rimborsi elettorali, della riduzione drastica delle indennità parlamentari e del numero degli eletti, della severità assoluta nella scelta del personale politico da sottoporre, poi, al voto popolare. Un tempo le porte del Parlamento, tranne casi eccezionali, si aprivano agli autori di grandi esperienze professionali ed umane. Oggi la scelta ricade su cittadini oscuri, che vanno in Parlamento a farsi le ossa, come se l’attività di legislatore potesse identificarsi con quella di qualsiasi praticante professionista, per non dire dei criteri personali e aziendali di scelta dei candidati introdotti da Berlusconi, che hanno popolato il Parlamento di signore e signorine disinibite, magari anche vivaci e di cultura medio-alta ma tirate fuori dal cilindro dell’avanspettacolo e senza alcun bagaglio di attività rese al servizio degli altri.

Il voto a Grillo è un voto contro questa Casta insopportabile che ammorba l’aria e le istituzioni, e che purtroppo in parte è rimasta al suo posto per la strenua resistenza al cambiamento opposta dal Pd e Pdl. Questi due partiti, infatti, se la democrazia tornasse alle origini  dei suoi significati più nobili e se la politica si impoverisse di prebende per arricchirsi di valori e di contenuti elaborativi si liquefarebbero come l’acqua. Sono formazioni dell’Italia ideologica e bloccarda, dell’Italia da bere e da rapinare, che i partiti riuscivano a interpretare e rappresentare incrociando anche le visioni edonistiche di una società secolarizzata e onnipotente. Oggi la forma organizzativa di quei partiti, i loro sistemi, la permanenza del loro personale per decenni nelle istituzioni sono pura archeologia: con loro siamo arrivati sull’orlo del baratro, mentre l’Italia ora chiede che questi pseudo politici si facciano da parte per poter restituire ai cittadini la libertà necessaria ad un’azione politica rinnovata ed eticamente irreprensibile. Non ci sono più ricchezze da sperperare, la miseria ci ha fatto toccare con mano la realtà della vita, il “pellegrinaggio” che ci aspetta nella città degli uomini si è fatto pertanto cammino indispensabile e autentico da compiere. È un momento, questo, in cui la verità si impone sull’apparenza, la solidarietà sull’individualismo.

Se questi sono i presupposti che gli italiani antepongono ad ogni discorso, se la “genetica” democratica ha intercettato e isolato l’area di coltura cancerogena che ci assedia, non si può che intervenire. E il bisturi più efficace è quello del voto, attraverso però regole democratiche e partecipative degne di una democrazia civile e liberale. Certo, c’è la variabile del mercato e i rischi che corriamo andando al voto un’altra volta in tempi ravvicinati. Ma perché, mi chiedo, con quest’armata brancaleone, non avremmo ugualmente cinque anni di pericolose e forse irreparabili fibrillazioni? No, l’argomento non convince. Occorre con qualsiasi governo, anche minoritario, procedere alla riforma elettorale, alla stabilizzazione dei mercati e alla ripresa economica attraverso un rilancio delle opportunità di lavoro, dopodiché gli italiani aspettano di poter completare, dal basso, l’opera di rinnovamento e, quindi, di liberare il Paese dalla politica di occupazione dei nuovi barbari.

Nella seconda metà di marzo, in occasione dell’anniversario della morte di don Peppe Diana (il 19 marzo sono 19 anni che ci ha lasciati lo stupendo prete che tentò “di saldare la terra con il cielo”) e, due giorni dopo, della giornata della legalità, tenteremo di attivare tutti i nostri presidi e sedi regionali dell’Associazione Ultimi e di promuovere un confronto, anche attraverso i mezzi che la tecnologia ci offre, sul tema della democrazia effettiva che, da questo momento, diventa un impegno speculare a quello per la legalità. Senza democrazia e uguaglianza (perlomeno uguaglianza delle opportunità tra tutti i cittadini) non ha senso parlare di adesione ad una cultura della legalità. Se il popolo non è libero di scegliere e di agire, non potrà nemmeno determinare i suoi atti. Ed io sto verificando, con trepidazione, l’allontanamento di tanti giovani dal terreno della partecipazione proprio per la crisi dei punti di riferimento sul territorio. Ormai quel che resta della politica è puro spettacolo, appare soltanto in tv, e i drammi della solitudine si consumano sulla pelle delle gente senza che vi sia alcun sostegno alle loro tragiche esperienze di vita. A questo si aggiunga la deriva razzista che è spuntata al Nord con l’elezione di Maroni alla presidenza della Regione, dove senza giri di parole viene contrapposta alla debolezza di Roma una Regione larga, con ulteriore rischio di allontanamento di un Sud che di fatto è già staccato dalla stanca locomotiva dell’economia nazionale.

No, non staremo più zitti. Stare con la nostra gente significa scegliere il campo ed è un dovere farlo, perché il Cristianesimo su questi temi e in particolare sulla difesa degli ultimi non chiede la neutralità, ma la lotta.

 

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