La deriva populista delle primarie PD

La deriva populista delle primarie PD
di Luigi Zampoli

slide_7Le recenti elezioni primarie si rivelano un momento che rigurgita di plebeismo piuttosto che un passaggio di libera e convinta partecipazione popolare; forse è proprio quest’aspetto ciò che ha voluto evidenziare Roberto Saviano con il suo appello al non-voto.
La pretesa che tutto debba iniziare dal popolo, passare attraverso il suo voto e finire con esso, esprime una concezione di democrazia paludosa, magmatica che non ammette distinzioni, selezioni progressive e meritocratiche.
Democrazia diretta e primarie intra partitiche sono fenomeni a rischio di degenerazioni populiste e demagogiche. In nome di una malintesa eguaglianza di valore tra rappresentati e rappresentanti, ci ritroviamo con i primi che scelgono i secondi in virtù di un rapporto di mera convenienza, di una prossimità territoriale e identitaria, oppure di una martellante e prolungata opera di persuasione.
Un sistema di partecipazione che ha come esito la rappresentanza parlamentare e negli altri consessi istituzionali, dovrebbe essere innervato da un percorso di selezione che affidi ai cittadini militanti, soggetti attivi della comunità politica, il compito di individuare le migliori personalità, all’interno di partiti, associazioni e movimenti, in grado di occuparsi con cognizione di causa dei problemi della cosa pubblica.
Le elezioni primarie che abbiamo conosciuto in questi anni in Italia, spesso si sono rivelate un espediente alla mercé di signori delle tessere e capibastone di turno che spostano e maneggiano quantità industriali di preferenze. In particolare, nel sud Italia, territorio atavicamente abituato ad un popolo inerte che accetta il dominio del “signore” di riferimento, i “momenti“ di democrazia diretta favoriscono passaggi interlocutori poco trasparenti.
La partecipazione popolare è fatta di spirito civico, elaborazioni di proposte, impegno attivo sui temi specifici, non di chiamate contigenti a consultazioni aperte a tutto a tutti. Il plebeismo è stata storicamente una delle caratteristiche delle genti del meridione, dove tutto si risolve nella delega in bianco del voto, un voto spesso non frutto di un libero e critico convincimento, ma piegato a logiche di convenienza o di omologazione al gregge capeggiato dal pastore più persuasivo.
La democrazia non definisce se stessa unicamente nel gesto del voto, non si riassume in modo plastico nell’infilare un pezzo di carta in uno scatolone, è un’esigenza del cittadino di osservare, comprendere, analizzare e confrontarsi liberamente sul tempo che egli vive. Non è mai troppo tardi perché gli intellettuali, quelli liberi, lontani dalle logiche opportunistiche delle media-piccola borghesia, facciano sentire la loro voce; troveranno una schiera di persone ad ascoltarli, molto più nutrita di quello che si possa pensare.

redazioneIconfronti

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