La designazione di De Luca senza coraggio

La designazione di De Luca senza coraggio
di Andrea Manzi

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Non c’è alcuna controindicazione a che il presidente della Regione indichi il nuovo sindaco di Salerno, cioè il suo successore. Enzo Napoli, il primo cittadino facente funzione (anch’egli imposto da De Luca e preferito a tutti gli assessori), lo ricorda spesso, quasi a voler rimarcare un dato colpevolmente sottovalutato. Il mantra del devoto Napoli fonda sulla ragione che non c’è motivo per negare al dominus politico dell’ultimo ventennio la paternità di tale designazione. Con tale investitura, in effetti, l’ascesa di un personaggio sullo scranno più alto di palazzo di città avrebbe il sigillo del marchio garantito da un ventennio di successi elettorali.
Si impongono, però, alcune riflessioni precedute da una domanda. Perché non è Vincenzo De Luca in persona a ufficializzare il suo ruolo di designatore? Nonostante già tutta la città lo pensi, non sarebbe una novità irrilevante. I cambiamenti dall’alto, infatti, non sono vietati; ma, affinché spezzino i vincoli che bloccano la storia democratica, devono essere chiari a tutti e “certificati”. Il problema, pertanto, non è la designazione in sé ma la qualità del designato e, prima ancora, la sua tipologia. Comunicando preventivamente agli elettori i criteri della scelta, si attiverebbe un “controllo” di base e, così, una massa indistinta ed eterodiretta ridiventerebbe popolo.
In questa lunga campagna elettorale, già cominciata in seguito alle ”distrazioni” romane e napoletane di Vincenzo De Luca (che hanno fatto vibrare le fondamenta della sua ardita costruzione), non compare finora un solo accenno al progetto futuro e alla conseguente identità di Salerno. Né da una parte né dall’altra. L’unico ossessionante tema è il nome del sindaco, sintomo di una sensibilità più tardo-feudale che democratica e di una deriva antipolitica nata proprio dalla perdita del linguaggio strategico e progettuale. Da anni, sospinta dalla tentazione costante di valorizzare gruppi di potere incapaci di operare per gli interessi realmente collettivi, la politica salernitana non parla ma mormora. Se De Luca interrompesse questa sub cultura con una trascinante e netta affermazione di presenza (“Eccomi, il nome del sindaco lo faccio io e scelgo Caio per questi motivi… Voi che ne dite?”), si uscirebbe dall’attuale sistema blindato con la formulazione di una tesi sulla quale gli elettori del centrosinistra potrebbero convergere o dissentire.
Le democrazie occidentali sono asfittiche e i cittadini chiedono governi, non gestioni. I filosofi studiano la mutazione, ma la filosofia, si sa, non detta legge né fa stato. L’irruzione di De Luca nell’Ade politico salernitano alzerebbe il tono del discorso pubblico e costituirebbe un capitolo innovativo di nuova prassi (ed etica) istituzionale. Il suo ventennio, grazie al consenso popolare informato, si affrancherebbe inoltre dalle accuse di illiberalità, familismo amorale ed anche di sotterranea, pervicace interferenza con il palazzo.

Da Il Mattino dell’8 ottobre 2015

Andrea Manzi

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