La destinazione universale dei beni

di Antonio Memoli (changes.nsv@gmail.com)

Di seguito una traccia guida dei prossimi articoli sui Nuovi Stili di Vita: l’attenzione ai beni comuni.

L’11 ottobre 2012 è caduto il cinquantesimo anniversario dell’apertura del  Concilio Ecumenico Vaticano II

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Il Concilio Vaticano II ha rappresentato una delle pagine più importanti della seconda metà del secolo Ventesimo, non solo per il significato di quell’evento e le ripercussioni che ebbe sulla Chiesa cattolica ma anche perché della Chiesa ridefinì la posizione rispetto alla società laica, da un lato, a se stessa e alle altre religioni e chiese, dall’altro. Alcune decisioni di allora sono ormai un acquisito tanto indiscutibile.
Rimangono naturalmente, per converso, tutti quegli aspetti in cui lo spirito del Concilio stenta a far breccia nella realtà. Tra di essi vi è la riflessione sulla “destinazione universale dei beni”. Nella Gaudium et Spes, al n° 69, si dice “Dio ha destinato la terra e tutto quello che essa contiene all’uso di tutti gli uomini e di tutti i popoli, e pertanto i beni creati devono equamente essere partecipati a tutti, secondo la regola della giustizia, inseparabile dalla carità”. Questo testo enuclea un fondamento teologico inequivocabile e le cui basi si trovano nel libro della Genesi: l’uomo ha fede nel Dio che crea il mondo, quel Dio che affida il mondo all’uomo, e glielo affida perché vi ricavi tutto ciò di cui ha bisogno per vivere. Una esigenza etica concreta che partendo dall’assunto che i beni della creazione sono per l’uomo tout court, tali beni devono essere partecipati a tutti gli uomini. Il corollario di quanto sinora evidenziato è la prevalenza del bene comune sul diritto di proprietà. Citando ancora la GS al n° 69 abbiamo” Perciò l’uomo, usando di questi beni, deve considerare le cose esteriori che legittimamente possiede non solo come proprie, ma anche come comuni, nel senso che possano giovare non unicamente a lui, ma anche agli altri”.  Abbiamo un limite al diritto di proprietà, un limite nella destinazione universale dei beni. Un limite rafforzato da Benedetto XVI nel cap. IV della Caritas in Veritate dove viene ampliato l’orizzonte temporale. Il papa infatti esprime una linea guida nei nostri comportamenti evidenziando come Dio ha destinato i beni della creazione a tutti gli uomini, anche alle generazioni future, approfondendo eticamente il concetto di sostenibilità. Elemento di sintesi è che non può esservi differenziazione tra i beni di natura donati dal Creatore ed i prodotti dell’azione umana, proprio perché il Creatore affida all’attività umana il proseguimento della propria opera. Giovanni Paolo II nel suo ultimo Messaggio per la giornata mondiale della pace, nel 2005, evidenzia profeticamente come i beni di quest’era tecnologica, i beni del sapere debbano essere inseriti nella più ampia visione di beni comuni. Dice il papa: “il bene della pace va visto oggi in stretta relazione con i nuovi beni, che provengono dalla conoscenza scientifica e dal progresso tecnologico. Anche questi, in applicazione del principio della destinazione universale dei beni della terra, vanno posti a servizio dei bisogni primari dell’uomo”.

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