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La difficoltà di essere un popolo

La difficoltà di essere un popolo
di Luigi Zampoli

Il fenomeno di un popolo che lentamente si trasforma in plebe è ciò che da almeno due decenni avviene sotto i nostri occhi. È una constatazione che si presenta in tutta la sua attualità, all’indomani di elezioni amministrative che ci hanno consegnato un elettorato residuale e in balìa delle contingenze del momento.
Nel meridione le comunità appaiono sempre più come quei banchi di pesce che si spostano in mare cambiando direzione repentinamente senza un motivo che non sia di mera ed egoistica utilità: inseguire un padrone per diventare da prede predatori. Una massa che prende la forma che più conviene e la muta subito dopo, senza una guida e senza una meta. Si va dove è opportuno andare, non importa altro; non giovano ideali, valori, progetti e tutto quanto non rientri nell’asfittico perimetro della “bassa” concretezza.
L’Italia meridionale, in particolare, non ha mai visto le sue comunità diventare un vero popolo, piuttosto è sempre stata una plebe pronta a mettersi al servizio del signore di turno. Nascono così governi territoriali eletti da moltitudini totalmente sprovviste di senso critico, capacità di analisi e restie ad assumersi la responsabilità del proprio destino.
Si vive e si vota, a queste latitudini, in regime di perpetua delega in bianco, sottoscritta senza neanche una minima lettura critica della realtà; è il segno distintivo di una massa affetta da plebeismo che non ha nessun interesse a ergersi a controllore democratico dei propri rappresentanti.
Un insieme di persone si riduce a plebe quando non riesce più a discernere le informazioni che le sono indirizzate, quando ritiene, per ignavia o rassegnazione, che ci siano altre persone in grado di prendere le decisioni migliori per tutti, quando si riduce a sperare negli eventi e nell’azione di pochi e non più a confidare nel proprio agire.
In Campania si raggiunge la sublime rappresentazione di tutto questo; i tribuni della plebe a Napoli e le dinastie politico-familiari a Salerno non sono che la risultante di un immobilismo atavico che si manifesta con un massiccio astensionismo, da un lato, e percentuali elettorali bulgare, dall’altro.
Basta vedere ciò che accade in Francia, nella semipresidenziale Francia, dove i venti di rivolta contro il progetto di riforma del mercato del lavoro presentato da Hollande, una sorta di Jobs Act renziano in versione transalpina, stanno attraversando con vigore giacobino le città d’Oltralpe da settimane. In Italia nulla di tutto questo: la narrazione di un compromesso accettabile sovrasta non solo la parola di rivolta, ma anche una fisiologica dialettica democratica.
La storia, come spesso accade, viene incontro alle moltitudini smarrite ed ora offre un’occasione unica per ritrovare una nuova consapevolezza civica: la campagna referendaria per la consultazione sulle modifiche alla nostra Carta costituzionale del prossimo ottobre può essere un toccasana per ricreare quell’atmosfera di tensione ideale che animò gli italiani, settant’anni fa.
Urge capire, discutere e non dividerci tra noi, popolo e comunità; per una volta i potenti dovranno restare a guardare.

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