La disarmante coerenza della Confindustrria

La disarmante coerenza della Confindustrria
di Giuseppe Foscari *
Il presidente di Confindustria, Enzo Boccia
Il presidente di Confindustria, Enzo Boccia

Lavoro, consumi, patrimonio, capitali. Sono le quattro parole-chiave quando si parla di tasse e fiscalità. E non da oggi. Nei secoli scorsi, già dal Cinquecento, lo scontro negli Stati e nelle città europee avveniva sui privilegi dei ricchi nel non pagare le imposte e sull’eccessivo peso che ricadeva, di conseguenza, sul resto della popolazione, ovvero su chi aveva un lavoro e anche su quanti non lo avevano, in quanto i balzelli si ripartivano per fuochi, ossia per famiglie. I ricchi, poi, evitavano accuratamente che la tassazione potesse spostarsi dal consumo al patrimonio, perché il primo sarebbe gravato sul novanta per cento della popolazione (benestanti esclusi perché erano i produttori dei beni di consumo agricolo), mentre la tassa patrimoniale sarebbe toccata a loro.

Durante il XVII secolo, quando iniziò ad assumere un formidabile ruolo la finanza privata, il capitale, che aveva in mano il controllo del debito pubblico e delle comunità locali, qualcuno più oculato provò a proporre una tassa su quella ricchezza monetaria che, oltretutto, aumentava a dismisura. Anche qui, fu quasi tutto vano.

Nei tempi odierni, dal 1789 in poi, per intenderci, il principio dell’eguaglianza giuridica e sociale ha lentamente evitato tutte le forme di discriminazione sulle tasse, per cui anche i ricchi hanno dovuto iniziare a pagare. A seguito dell’affermazione delle industrie, dell’imprenditoria, dei commerci, le tasse hanno iniziato a toccare anche il lavoro, nel senso che chi produceva beni e servizi, assumeva personale e ricavava dei profitti, ha iniziato ad essere colpito dal dardo della tassazione.

Ma il nodo storico è rimasto quasi inalterato e la dimostrazione ce l’ha fornita Boccia col suo intervento da neopresidente degli industriali italiani, nel quale ha detto a chiare lettere che la tassazione si deve spostare decisamente dal lavoro al consumo, quindi, ridurre il peso delle imposizioni fiscali per chi fa impresa, per gli industriali soprattutto, e aumentare quello sul consumo, ossia l’Iva, che, come ben sappiamo, colpisce tutti noi che andiamo a comprare beni di prima necessità o anche beni voluttuari.

La coerenza della Confindustria è disarmante. Non una parola sui patrimoni e nemmeno una sui capitali, ossia sui profitti, che vengono utilizzati sovente per arricchire i patrimoni. Non un accenno ai paradisi fiscali e all’evasione. Se Boccia avesse anche aggiunto: “Noi siamo ricchi perché siamo i più bravi, mentre gli altri non hanno le capacità di farlo”, il quadro vetero-feudale sarebbe stato del tutto completo e in linea con le affermazioni che secoli addietro facevano gli aristocratici e i baroni.

E capisco anche la benedizione a Renzi, che di questo meccanismo di ritorno al passato feudale è un interprete, un convinto assertore e persino un militante con le sue politiche neoliberiste.

Per fortuna, nel mondo esistono i tipi come Richard Branson, fondatore dell’impero Virgin, basato su palestre, emittenti radio, compagnie aeree, discografia, il quale ha abolito l’orario di lavoro per i dipendenti, puntando tutto sui risultati, provando cioè a costruire, a partire dall’orario di lavoro, un rapporto diverso con i propri dipendenti, permettendo loro di avere più tempo per le famiglie. E per fortuna, vi sono illuminati industriali che redistribuiscono gli utili aziendali ai propri dipendenti per provare a costruire forme moderna di civiltà del lavoro e di coesione sociale.

Che ne direste, egregi industriali, attaccati ai privilegi, piccoli e grandi di questo millennio, se ripartissimo da qui anche a proposito delle tasse? Possiamo ancora accettare le sacche di evasione fiscale, le corruzioni e i paradisi fiscali per occultare i profitti?

É facile rimanere aggrappati al passato senza avere lo sguardo lungo verso il futuro e verso la solidarietà sociale che deve essere, a mio parere, il vero impegno culturale e politico di tutti.

* professore di Storia dell’Europa presso il Dipartimento di Scienze Politiche, Sociali e della Comunicazione dell’Università di Salerno.

In primo piano: “Il quarto stato”, opera di Giuseppe Pellizza da Volpeda

redazioneIconfronti

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