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La fede oltre ogni logica

La fede oltre ogni logica
di Michele Santangelo

trasfigurazLa riflessione sulla Parola di Dio che viene proposta ai fedeli in questo cammino quaresimale secondo il ciclo B dell’anno liturgico passa attraverso la proposizione delle grandi tappe della storia della salvezza che vanno man mano confluendo verso la tappa finale che è quella della Pasqua di Gesù. Anche in questa II domenica di Quaresima, si può partire dalla prima lettura tratta dal libro della Genesi, brano che a prima vista si presenta abbastanza inquietante se ci si ferma al racconto in se stesso, detto della prova di Abramo, appartenente al contesto delle origini del popolo biblico da Abramo e dai patriarchi. E proprio per questo, il grande Patriarca è collocato così anche agli inizi del progetto di salvezza che Dio ha concepito dopo il rifiuto di Adamo, dopo la catastrofe del diluvio e la sfida portata a Dio stesso dagli uomini con la torre di Babele, tre episodi in cui gli esseri umani avevano pensato che la loro salvezza potesse avvenire senza Dio o addirittura contro. A conferma  della grandezza del ruolo, Abramo gode da parte di Dio sempre di un atteggiamento improntato al dono: pur essendo, questi, impossibilitato ad avere figli, il Signore gli assicura la discendenza donandogli Isacco; pur essendo straniero nella terra in cui è stato mandato, Dio gliene promette il possesso; ora, lo stesso Dio si rimangia tutto; per essere sicuro della totale e incondizionata fedeltà, gli chiede di rinunciare a quanto Egli stesso gli ha donato: la paternità, il figlio, il compimento delle promesse fattegli, la discendenza, la benedizione. Per l’uomo della Bibbia è la fine, la morte. Su un cammino di luce, di grandezza, scende la notte e quella più tetra: “Prendi tuo figlio, il tuo unico figlio che ami, Isacco, e offrilo in olocausto…” E allora, viene da chiedere, ma qual è il vero volto di Dio? Una lettura che cerca di mettere d’accordo con i soli canoni della ragione umana due atteggiamenti chiaramente contraddittori ci lascia quanto meno disorientati; proprio non ce la facciamo ad immaginare un Dio, somma bontà, sommo amore, somma giustizia, che con una mano dona ad Abramo un figlio e con esso una discendenza e con l’altra se lo riprende attraverso un sacrificio umano. Forse non ci sta bene neppure la risposta di Giobbe: Dio è liberissimo di dare e di prendere. Ci può venire in soccorso la considerazione di S. Paolo contenuta nella seconda lettura: “Dio non ha risparmiato il proprio figlio”. E il chiarimento non tarda a venire dallo stesso racconto della prova di Abramo: Dio non si smentisce mai. “Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli alcun male!” Quando Abramo, nello slancio di amore per il suo Dio e sposando in pieno l’uso dei cananei che esprimevano il massimo della loro religiosità immolando alla divinità i propri figli, stava per vibrare il colpo contro il figlio della promessa, Dio si rivela per quello che Egli veramente è: il Dio della vita, che mai e poi mai può accreditare una cultura di morte. A Dio basta il sacrificio spirituale che porta l’uomo ad una risposta di fede incondizionata, la fede cristiana che continua, chiarisce e completa quella ebraica e in un punto soprattutto se ne distacca: l’atteggiamento di fronte alla vita, con l’esclusione dei sacrifici umani che erano e sono solo barbarie omicida. In nome di Dio la vita può solo essere promossa ad ogni livello. Ma questa è anche la domenica nella quale il Vangelo di Marco ci racconta della trasfigurazione di Gesù su un altro  monte, il Tabor. Quando questo avviene, all’orizzonte dei tre discepoli Gesù stesso aveva cominciato a far balenare situazioni assolutamente diverse. In un brano precedente, infatti, Marco racconta che Gesù aveva cominciato a parlare apertamente delle sue sofferenze, della sua passione per chiarire la sua vera identità: Egli è il Messia e Pietro, sia pure su ispirazione del Padre lo aveva confessato, ma un Messia che va verso la morte, presentato come servo sofferente più che come un trionfatore. E allora nel piano di Dio, la trasfigurazione aveva una funzione ben precisa, quella di confermare ai discepoli e allo stesso Gesù che la via intrapresa era quella giusta, perché passione e morte sono solo il varco stretto al di là del quale c’è la risurrezione, evento del quale la trasfigurazione è solo un anticipo e anche troppo fugace per Pietro. E il fatto che insieme a Gesù, a discutere fossero comparsi anche Elia e Mosè stava a significare che il rimanere fedeli alla Parola di Dio richiedeva scelte non facili  e che poco avevano a che fare con la logica umana. Era già successo anche ad Abramo. Ma è ciò che succede quasi sempre a tutti quelli che ricevono la fede per grazia di Dio. Questa, infatti, non si conserva senza un continuo sforzo di ricerca per conquistarla giorno per giorno attraverso l’offerta consapevole di se stessi a Dio e al prossimo.

 

 

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