La fine di un’epoca

La fine di un’epoca
di Massimiliano Amato
Massimiliano Amato
Massimiliano Amato

Ora che la polvere della “sceriffata” del supermercato si è posata (almeno si spera), è tempo di riflettere sugli insopportabili stress emotivi a cui i salernitani vengono sottoposti quasi quotidianamente. A dominare l’arena pubblica è l’esasperazione. La caccia al mendicante, all’immigrato, alla prostituta, al lavavetri, al venditore di fazzolettini amplificata, spacciata per passaggio fondamentale di una presunta opera di “igienizzazione” dello spazio comune cittadino, ma se vogliamo anche l’elefantiasi urbanistica urlata sfrontatamente nonostante le tante indagini giudiziarie, sono aspetti di una degenerazione inarrestabile del costume politico e amministrativo. Rispetto alla quale la gente comune comincia a manifestare segni inequivocabili di insofferenza. Non ci vuole molto a capire che le difficoltà quotidiane, la crisi, la mancanza di fiducia nel futuro e di prospettive hanno silenziosamente creato uno iato tra pezzi sempre maggiori della comunità e l’esagitato, vociante, eternamente sopra le righe potere cittadino. La lunghissima recessione ha prodotto di nascosto un livellamento psicologico inimmaginabile soltanto qualche anno fa. Le anziane clienti del Maxi Sconto hanno difeso il giovane di colore preso di mira dai vigili perché ci hanno visto, forse per la prima volta, non un “diverso”, ma un “simile” che, per qualche spicciolo (lasciamo stare la “refurtiva” sequestrata dagli agenti: su quelle foto, e sul comunicato, ribadiamo l’invito alla Procura a indagare), allevia le pene di esistenze già piene di salite e di affanni. Semplicemente mettendo a posto un carrello, o trasportando le borse della spesa con un sorriso, e una parola di incoraggiamento e di amicizia. Non aver intercettato questa sensibilità per ridurre tutto ad un patetico show preelettorale, è il crimine, esclusivamente politico, più grave andato in scena (davanti a decine di testimoni allibiti) lunedì mattina in via Capasso. E’ il segno di uno scollamento profondo che segna, probabilmente, anche la fine di un’epoca. Vent’anni e più di esagerazioni verbali e torsioni del senso comune che lasciano sul terreno macerie psicologiche, morali, culturali. Lasciamo perdere il razzismo, la xenofobia, il leghismo sgangherato: ha sbagliato chi (e noi tra essi), sull’onda dell’emotività del momento, ha fatto ricorso a queste categorie per spiegare il senso di ciò che è accaduto. La cui cifra saliente è un qualunquismo civico da quattro soldi che, in tutti questi anni, ha prodotto in materia di sicurezza urbana solo caricaturali e scontate semplificazioni autoritarie: dal manganello in dotazione ai vigili, alle fatwe ricorrenti scagliate contro rom, cafoni, migranti, lucciole, ai rodei notturni contro gli “indesiderabili”. A parte qualche élite illuminata (e per questo degradata al rango di “guardamacchine”), Salerno ha anche assecondato a lungo questa scientifica, sistematica opera di demolizione della sua millenaria tradizione di ospitalità e accoglienza. Salvo stancarsi quando si è finalmente accorta che l’eccesso di securitarismo era, in realtà, solo una teatrale confessione d’impotenza. Il segno evidente dell’incapacità di mettere in campo politiche inclusive: alla fine l’integrazione l’hanno tentata, nel loro piccolo, i clienti del supermercato di via Capasso. E, girando per la città, chissà quante altre storie simili verrebbero alla luce. Messa così, non ci vuole molto a comprendere chi è il vero (e unico) sconfitto di una vicenda che, a distanza di poco più di un mese dalla “rivolta di San Matteo”, ha nuovamente proiettato la città sotto i riflettori delle cronache nazionali. Nel “modello securitario” un ruolo importante l’ha avuto il corpo di Polizia municipale, più “usato” che valorizzato, come del resto è stato anche lunedì mattina. I salernitani hanno il dovere di continuare a fidarsi dei loro Vigili urbani, salvo casi eccezionali ovviamente. Ma quest’obbligo è anche un diritto di ciascun cittadino. Nel senso che ai vertici, agli ufficiali e agli agenti della Polizia Municipale viene richiesto sempre, in ogni momento della loro azione, il massimo dell’autonomia dal potere politico. Solo salvaguardando questo fondamentale valore, che li preserva dal pericolo di trasformarsi in guardia scelta o milizia personale, al servizio di uno solo, si potrà mantenere inalterato il rapporto di fiducia con la comunità. Sembra una banalità, ma se non sarà così, la città si trasformerà sempre più in una sorta di Far West. In cui brillerà solo la stella di uno sceriffo interessato a sopravvivere a se stesso e al suo inarrestabile declino, e tutt’intorno sarà il caos civico.

redazioneIconfronti

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