Mar. Set 17th, 2019

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La Geografia nella canzone napoletana Musica e territorio fra storia, memoria e innovazione / 0

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di Silvia Siniscalchi
di Silvia Siniscalchi
In questo articolo si cerca di delineare un affresco dei rapporti tra canzone napoletana e geografia, quale percorso di ricerca di carattere multidisciplinare. Si tratta di un tentativo nato innanzitutto dal carattere “sincretistico” della canzone napoletana in sé, quale contenitore delle diverse culture stratificatesi nella storia del Mezzogiorno e, in particolare, della città di Napoli nel corso dei secoli.
In secondo luogo si fonda sugli esperimenti di carattere artistico-sociale che, in questi ultimi tempi, hanno visto la tradizione musicale partenopea al centro di progetti fondati sulla “contaminazione” e ibridazione fra diverse culture, sia a scopo sociale che artistico e multiculturale. Infine, sulla scia dei recenti orientamenti interdisciplinari nel campo della formazione e dell’istruzione in campo universitario e scolastico, l’indagine si ispira a una proposta metodologica di ricerca-didattica “collaudata” presso la cattedra di Geografia (e replicata di recente in un Laboratorio di Linguistica Italiana) dell’Università degli Studi di Salerno e nell’ambito delle attività della sezione regionale Campania dell’Associazione Italiana Insegnanti di Geografia[1]. Un’idea che si collega all’interesse degli studi geografici per il paesaggio sonoro, da tempo campo di esplorazione ai confini della geografia, in particolare della geografia culturale, sebbene oggetto di riflessioni teoriche, metodi di ricerca e casi di studio in fieri.
La ricerca, articolata in tre parti, si apre con una preliminare messa a fuoco del carattere “geografico” della canzone napoletana, ripercorso attraverso le fasi principali della nascita ed evoluzione della tradizione musicale partenopea, alla luce della letteratura scientifica esistente sul tema, e di un esperimento di ricerca-didattica volto a trasformare la canzone in una utile (e non tediosa) occasione di riflessione a scopo formativo su problematiche linguistiche e geografiche del passato e del presente (evoluzione della lingua, paesaggio, disagio urbano, problema ecologico, emigrazione, disparità sociali e così via).
In secondo luogo, l’indagine prova a spiegare come la canzone partenopea sia diventata sinonimo di Napoli e dell’Italia intera, un “brand” su cui si fonda una delle più potenti immagini identitarie degli italiani tout court, anche grazie all’operato svolto in tal senso dalle comunità di emigranti meridionali presenti nel mondo, che hanno conservato per molto tempo, in maniera pressoché inalterata, le più significative tradizioni ed espressioni linguistico-musicali della propria cultura di origine.
In terzo (e ultimo) luogo, lo studio tenta di ricostruire un quadro complessivo delle recenti iniziative progettuali volte a investire risorse per la fondazione di ensemble musicali trasformati in esperienze artistiche di recupero sociale, con particolare attenzione all’orchestra di Piazza Vittorio, esempio emblematico di geografia musicale all’insegna del “melting pot”, nata dall’unione tra musicisti provenienti da paesi e tradizioni diverse, ma accomunati dalla passione per la musica e dalla comune appartenenza al bacino culturale del Mediterraneo.
* Fatta eccezione per i brani esplicitamente citati e per una serie di riflessioni autonome, questo lavoro è stato svolto sulla base degli appunti annotati durante le lezioni di Storia della Canzone Napoletana del M° Pasquale Scialò, nell’ambito della prima edizione del Master per Esperto in Canzone e lingua napoletana (Conservatorio di Salerno, 2015-2016).

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La geografia nella canzone napoletana fra storia e tradizione

Con la definizione “canzone napoletana” si denota un repertorio musicale nato nell’Ottocento, «come punto d’arrivo di un lungo processo storico in cui giocano un ruolo fondamentale le condizioni culturali e politiche insieme alle forme poetiche e musicali» (Scialò, 1995[a], p. 9). Nella prima metà del XIX secolo, in particolare, si diffonde l’abitudine di organizzare nei salotti napoletani incontri sociali e conviviali, le cosiddette “periodiche”, durante le quali si declamavano poesie, si danzava e si suonava, con l’esibizione di cantanti impegnati nell’esecuzione di romanze da camera e canzoni popolari trascritte per pianoforte. Nasce così nei salotti della capitale l’interesse e la moda per la musica popolare, diffusa grazie alla pubblicazione di raccolte “ad hoc”, tra cui si ricordano I Passatempi musicali di Guglielmo Cottrau (Ivi, pp. 9-10).
Allo stesso tempo, però, con la definizione “Canzone napoletana” si fa riferimento a un repertorio musicale sconfinato, sviluppatosi nel corso dei secoli e internazionalmente identificato con la città di Napoli. Un repertorio che comprende memorie antichissime, di natura apotropaica, religiosa e campestre (come le tarantelle e i canti “A fronne ‘e limone”, oggetto di studio non solo di musicisti e musicologi, ma anche di antropologi, etnomusicologi e studiosi della storia delle tradizioni popolari in generale), estendendosi quindi dai più antichi frammenti di canti di invocazione e di lavoro a sfondo “sociale” oggi conosciuti (Jesce sole e il Ritornello delle Lavandaie del Vomero, risalenti alla prima metà del XIII secolo: Cossentino, 2013, p. 16)[1] ai componimenti di età angioina e aragonese; dalle villanelle cinquecentesche alle canzoni del Seicento; dalle arie del XVIII e XIX secolo all’affermazione della canzone napoletana di fine Ottocento; dagli sviluppi successivi della prima e seconda metà del Novecento fino alle espressioni contemporanee più innovative, spesso “contaminate” dalla mescolanza con altre culture.
Un repertorio “in cerca d’autore” – per usare un’espressione di Pasquale Scialò – in cui il concetto di musica “popolare” convive problematicamente con quello di musica colta e “popolaresca”, in ragione della complessità stratificata di un corpus melodico-armonico che, sebbene in buona parte codificato, solo in limitati casi e soltanto per una sua parte può essere considerato espressione dell’operato di singoli autori definiti, come ormai riconosciuto da tutti gli studiosi del settore e come meglio si spiegherà più avanti.
Per la vastità e varietà di questo “assortimento” musicale, in senso quantitativo e qualitativo, è facile intuire, al di là delle delimitazioni cronologiche, la difficoltà di delimitare il campo denotativo dell’espressione “Canzone napoletana”. Il che non significa che quest’ultima sia indicativa di un’unità nominale o generica, ma che forse, più che manifestare un genere musicale compiuto (considerata la eterogeneità delle forme in essa sottese), riveli innanzitutto un riferimento geografico: Napoli, città straordinaria, frutto di incroci culturali plurisecolari, è stata difatti capace di accogliere nel proprio genius loci tradizioni molteplici, provenienti da luoghi più o meno distanti, potenziandole e personalizzandole con i caratteri inconfondibili del proprio milieu.
Tale circostanza si riverbera anche nella nascita della canzone napoletana “classica” di fine Ottocento, legata alle trasformazioni politiche, urbanistiche, economiche, sociali e culturali della città. Come difatti scrive in proposito Vacca (2008, p. 432), a differenza di altri generi musicali, la canzone “napoletana” è «esclusivamente legata alla città di Napoli e parte integrante di una nuova cultura urbana destinata ad essere al centro di quella svolta epocale che proiettò di colpo la città vecchia […] nella modernità». Una congiuntura che non deve stupire, per almeno due motivi. Innanzitutto perché la città, divenuta durante il XIII secolo capitale culturale (con Federico II di Svevia) e politica (con gli Angioini) del Regno, ha assunto, nel corso del tempo, il ruolo di punto di riferimento collettivo, dalla individualità culturale, politica ed economica così marcata, vivace e prorompente da avere interamente permeato di sé il  Mezzogiorno d’Italia, a partire proprio dal nome (il Regno era detto “di Napoli” – solo in limitati periodi storici “delle Due Sicilie” – come osservato da Elio Manzi)[2].
In secondo luogo perché Napoli «ai primi dell’Ottocento era considerata, e già da tempo, la capitale musicale d’Italia; era inoltre il maggior centro europeo della musica vocale e, un po’ enfaticamente, veniva identificata, anche per la propensione canora dei suoi abitanti, come la musica stessa» (Paliotti, 2004, p. 42). Va da sé, dunque, che la capacità polarizzante di questa città abbia finito con l’assorbire e fare propri gli stimoli culturali provenienti dal resto del Regno, nonché del mondo, facendoli confluire in un’idea collettiva e stratificata di “napoletanità” (per usare un termine esemplificativo, sebbene inflazionato e usurato), ossia di «un bene immateriale glocale costruito sullo scambio e sulla connettività interculturale» (Scialò, 2010, p. 5).
Ma la “geograficità” della canzone napoletana non è semplicemente relativa alla predominanza di Napoli nel Mezzogiorno e agli scambi interculturali favoriti dalla sua posizione nel cuore del Mediterraneo – grazie alla quale la città ha introiettato nel proprio “DNA” influssi greci, arabi e bizantini, nonché aspetti linguistici e culturali delle successive dominazioni – ma emerge innanzitutto dai suoi contenuti territoriali veri e propri. Parafrasando John Kirtland Wright (1947), la canzone napoletana può, infatti, essere considerata un veicolo emozionale di comprensione “geosofica” di problemi, urbani e non, del Sud Italiano e del Sud del mondo. È cioè un affresco di caratteristiche legate alla geografia fisica e antropica della città di Napoli, nonché dei simboli della Weltanschauung dei suoi abitanti, tra valori e senso dei luoghi (Piano, online), e di elementi relativi al «cambiamento strutturale della società, dell’economia, dei conseguenti paesaggi, delle gerarchie tra vari “centri” e varie “periferie” […], di evoluzione del costume, dei modi di pensare, dei valori o disvalori […] e via enumerando» (Aversano, 2006, pp. 262-263).

Continua

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[1] http://www.aiigcampania.org/?p=766
[2] In proposito osserva tuttavia Plenizio (2009, pp. 8-9) che la questione delle origini, popolari o meno, della musica napoletana «sembra assai dura da districare. Il fatto è che prima dell’Ottocento i documenti che abbiamo sul canto popolare sono quasi esclusivamente letterari». Una lacuna riguardante anche l’ipotetica ascendenza popolare o tradizionale dei libretti e delle musiche delle opere buffe. Pertanto sulla storia della canzone napoletana delle origini è difficile «trovare elementi probanti al di fuori delle leggende che circolano».

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